SPIGNANA

 

  Spignana (PT): Panorama.mt. 780 s.l.m

 

 

 

 

 

 

 

SPIGNANA. UN BIRDGARDEN TRA I MONTI, LA VERDIANA E SECOLI DI STORIA

 

 

 

 

 

 

 

In uno spazio –quello della montagna pistoiese, vessata da ammanchi e relegata in un ruolo purtroppo marginale-  e in un tempo –quello della globalizzazione e della crisi  culturale, economica e sociale- , il giardino della canonica di San Lorenzo in Spignana merita una menzione speciale. La canonica e il verde di pertinenza sono stati recuperati da una decennale fatiscenza grazie all’ impegno del parroco don Napoleone Toccafondi, su suggerimento dell’allora Vescovo Mons. Mario Longo Dorni (vedi). Don Napoleone mi ha palesato il fatto che il giardino, articolato su tre terrazze, due minori e una abbastanza estesa, richiede un’accurata e impegnativa manutenzione, in considerazione, soprattutto, della maggior durezza delle

stagioni fredde. Non dimentichiamo che Spignana (vedi) -borgo di origine remota, risalente a coloni romani o ai goti e immerso nell’alta valle della Verdiana-  sorge a circa 800 mt s.l.m. e gli inverni sono spesso nevosi. 

 Durante una incuriosita perlustrazione di quel giardino sono rimasto colpito in particolar modo da alcune casette per gli uccelli sistemate sulle magnolie e questo dettaglio giustifica le successive  considerazioni.Legambiente cerca da anni di diffondere la cultura dei giardini naturali, in cui vi è spazio per la vegetazione spontanea e le essenze scelte sono le più adatte ad attirare creature selvatiche come uccelli e farfalle e piccoli mammiferi. Non a caso la declinazione più comune di tale giardino “secondo natura” è proprio quella di birdgarden, termine che evidenzia la sua caratteristica più eclatante : la possibilità di osservare i pennuti. Tra l’altro il nostro socio -e mio caro amico- Samuele Pesce ha pubblicato un’interessante libretto che descrive le pregevoli particolarità di una siffatta “oasi naturalistica” e i relativi criteri di gestione. Gli animali selvatici devono trovare nel birdgarden cibo, riparo e posti di nidificazione e sosta migliori di quelli altrove disponibili. In particolare gli arbusti dovranno costantemente produrre frutti e bacche  durante tutto l’anno, come pure dovrà essere assicurato un rifornimento regolare d’acqua per bere e fare il bagno. Una diversificazione di ambienti, garantita da minihabitat naturali –stagno, arbusteto, roccaglia, frutteto, radura etc…- rappresenta dunque l’attrazione più adatta per uccelli insetti e piccoli mammiferi e il tutto rimane comunque un insieme avvolgente dove i diversi elementi sono collegati tra loro. Un aspetto fondamentale di questo verde spontaneo è poi dato dal bassissimo fabbisogno idrico e da tecniche colturali con minimo impatto energetico e modesta manutenzione. Ciò proprio perché la natura stessa delle essenze : spontanee ed autoctone.Insomma, un verde così vivo e da vivere, di fatto un prolungamento all’aria aperta di un’abitazione è proprio modello che la nostra associazione vorrebbe esportare  nel maggior


 numero possibile di  spazi pubblici e  privati del nostro territorio.

Detto questo rimane solo da complimentarsi ancora con don Napoleone -che a breve inserirà sul blog il suo libro sulla storia di Spignana- per la sua spiccata sensibilità naturalistica che, tra una passeggiata e l’altra sulla Verdiana, merita di essere apprezzata nel gradevole giardino della canonica.

Lorenzo Cristofani

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LA VECCHIA SPIGNANA  COL SUO PARROCO,  DON GIOVANNI VENTURI, MORTO NELL'ANNO 1959

Spignana

Per alcuni scrittori di cose antiche, l'attuale Spignana, fu costruita, dai Goti, intorno ad una torre di difesa (l'attuale campanile), in luogo angusto ed inaccessibile; ma l'ubicazione del Paese, molto più antico, sarebbe stata nei pressi del fiume "Verdiana", in località che, ancora oggi, viene chiamata "Sospignana. Il suo territorio, comunque, era incluso entro i limiti dell'antica e famosa "SILVA LITANA" di cui parla lo storico TITO LIVIO ed interessato, perciò, dalle vicende belliche che si svolsero in questa "SILVA" tra i Romani e i Galli Boi. In particolare, si ricorda la battaglia di "Lancisa" e "Chiusa Galli" in cui caddero, nell'anno 215 a.C., le sfortunate Legioni del Console Postumio. Terrificante fu la ritorsione di Roma: i Consoli Purpurione e Marcello misero a ferro e a fuoco tutto il territorio dei Galli e quindi anche l'antico Paese di Spignana che venne ridotto ad un cumulo di rovine. Il Nome, appunto, secondo alcuni, deriverebbe proprio da "SPINEA": rovi, spine cresciute sulle sue rovine. I Romani, per questo, l'avrebbero poi chiamata "CASTRUM SPINARUM" e i GOTI "SPINEANA"= (SPINOSA) o campo di spine. In realtà, esiste ancora oggi questo toponimo. E' assai probabile,però che anche SPIGNANA sia appartenuta, come altri Paesi della Montagna Pistoiese, a qualche famiglia di coloni romani, dopo la completa pacificazione della Zona e che, perciò, abbia ottenuto il nome dalla famiglia di qualche "VESPINIO" dal quale, poi, "Vespignana" e quindi Spignana. Lasciano credere tale ipotesi altri toponimi esistenti nel territorio, come "VAGLIAPPI" (in "ValleAppii", "MAVIGLIANA", "PERTINI", "FATINI", che possono ricordare nomi di famiglie sicuramente romane, come "APPIO", "MAVILIO", "FATINIO, PERTINIO". A Giuliano Pacioni segretario del Granduca di Toscana e famoso per le sue lettere latine scritte dalla villa di "LA LAMA", poco distante dal Paese, ove egli visse per oltre trenta anni fino alla morte, avvenuta nei primi anni del sec.XIX, si attribuisce l'opinione di una Spignana, più antica, che sarebbe stata fondata dai "TIRRENI".  Nel Medio Evo, Spignana, parteggiò, con Lancisa, per i "CANCELLIERI" e lottò a lungo contro i "PANCIATICHI di Cutigliano e Lizzano della cui Parrocchia e Comune continuò, per altro, a far parte fino all'Anno 1520. Famosa, nei suoi pressi, la grotta di "MACERETI", dove Massimo D'Azeglio, nel suo "NICCOLO DEI LAPI ", suppose che vi morisse la povera "LISA", tradita da Troilo. Nonostante la scarsità del numero degli abitanti, (circa 80 persone), ancora oggi, conserva una sua distinzione giuridica ecclesiale

 

Spignana: scorcio caratteristico

 

Spignana: facciata della Chiesa(anno 1200)

 

Spignana: Casa canonica

                                                                                            Don Napoleone Toccafondi                    

 

 

 

 

 

 

 Spignana: Casa Canonica  

                          

 

 

                   Spignana: Panorama

 

 

Spignana: Casa  Villani. -Nei primi giorni del Settembre del 1944, il Feldmaresciallo Kesserling, in fuga dal fronte dell'Arno, vi sostò per una notte. Qualche movimento non sfuggì ai cacciabombardieri americani che per errore bombardarono Maresca.

 

 

 

 

 Spignana: Panorama invernale 

 

 

                                   Spignana sotto la neve

 

 

 

 

 

           Spignana: Lago Scaffaiolo 1780 mt 

 

 

Spignana: Panorama di Lancisa

PRESEPIO DI SPIGNANA

a cura della "PRO LOCO"  e l'appassionato impegno della sig.ra IORI GIOVANNAl

(particolari)

IORI GIOVANNA E I  BAMBINI DI SPIGNANA

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  Spignana:  giardino della Casa Canonica    

 Fontana della Vergine : "aqua de fontibus litanis.Ipsa mater Dei fons aeternae  salutis atque infirmis vere utilis unda.

(Acqua che scaturisce dalle vene del LAGO SCAFFAIOLO e ritenuta, nel Medio Evo, molto salutare per i malati)

                                                                                                         

 




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PERSONAGGI DI SPIGNANA

 GAETANO  CENNI: - 

Vittorio Capponi, nella “Biografia Pistoiese di Pistoiesi Illustri”

 inserisce anche la vita di Gaetano Cenni e scrive:

Letterato e uno dei più dotti scrittori di diplomatica del secolo decimottavo, nato a Spignana, piccolo castello della Montagna il primo Maggio 1698. Il padre suo, Carlo Cenni, capitano di quelle bande che presidiavano allora la montagna, era uomo ornato di buone lettere; per la qual cosa, sollecito dell’educazione del figlio, che fin d’allora mostrava ottimo ingegno, lo pose nel Seminario di Pistoia, fiorente anche allora per buoni insegnamenti.  Quivi il Cenni, si diede tutto allo studio dei classici latini, tanto da renderseli familiarissimi, e questi gli furono scuola d’infinita dottrina, e da loro singolarmente apprese il bello stile che gli fe’ tanto onore e per cui fu annoverato tra i migliori latinisti dell’età sua. Tanto credito si acquistò per tal modo presso i reggitori del Seminario che, mancato il maestro di umanità, venne, benché giovanissimo, proposto a maestro di quella scuola, ufficio che egli disimpegnò con molto onore, per lo spazio di tre anni. Frattanto veniva ordinato prete, e non era a dubitarsi che una bella carriera non fosse per percorrere; ma egli volendo per gli studi suoi maggiore libertà, uscì dal Seminario e fe’ ritorno alla casa paterna, aspettando che gli si offrisse un altro campo più vasto e più bastevole a dar pascolo alla sua mente avida di tutto apprendere. E l’occasione non tardò molto a presentarglisi: infatti il Padre Malachia Inguibert che essendo Rettore del Seminario pistoiese aveva potuto conoscere ed apprezzare l’ingegno e la dottrina del Cenni, lo invitò a recarsi a Roma, promettendogli che gli avrebbe procurato una onorifica posizione.  Il Cenni infatti nell’anno 1725 vi andò e là ottenne ben presto un impiego che molto si confaceva all’indole sua, quella, cioè, di bibliotecario del Cardinale Belluga. Non valsero a rimuoverlo dal disegno di abbandonare la sua Città, né le preghiere del Vescovo Colombino Bassi, dolentissimo che il suo Seminario perdesse un così valido appoggio, né quelle degli amici, fra i quali l’illustre Michelangiolo Giacomelli e Liborio Venerosi Filippino. Questi che frattanto aveva messo in ordine la ricca Biblioteca lasciata alla città nostra dal Cardinale Agostino Fabroni, gli scriveva che per questo in special modo grande opportunità di studi gli si offriva anche in Pistoia. Ma il Cenni troppo contento ormai dell’impiego e allettato dal comodo immensamente maggiore che gli si offriva per dare opera agli studi suoi, per nissuna preghiera volle lasciare Roma. Infatti nella Biblioteca del Cardinale Belluga compose quasi tutte le opere, che poi dette alle stampe e che tanto lo resero benemerito della diplomatica, dell’antiquaria e della critica storica. Il primo suo lavoro fu una traduzione dalla Spagnuolo in latino dell’opera di Nicasio Sevillano in difesa del Primato della Chiesa di Toledo col titolo Primatus Hispaniarum Vindicatus, Sive Primatus Ecclesiae Toletanae Hispanice Conscripta a Nicasio Sevillano, Latine Autem Reddita a C. Cenni. In seguito illustrò il Concilio Lateranense di Stefano III, le opere di Anastasio Bibliotecario da lui ristampate in quattro grandi volumi in foglio; gli Annali del Muratori;

la Basilica Vaticana. Ma i lavori suoi più pregiati, e che maggiormente contribuirono a stabilire la sua reputazione, sono quello intitolato: De antiquitate Ecclesiae hispanae, il bollarium romanum e il monumenta dominationis pontificiae. Nella prima opera l’autore si propone di far vedere lo stato e la disciplina della Chiesa in Spagna dal suo stabilimento fino al secolo VIII.  Alle dissertazioni su codesto argomento mise innanzi il Codice degli antichi Canoni di quella Chiesa, tratto dalla raccolta dei Concili colle decretali fatta da S. Isidoro. Il Bollarium Romanum comprende tutte le Bolle da S. Leone fino a Benedetto XIV; ed è lavoro pregevolissimo non solo perché l’autore con paziente accuratezza riconfrontò tutte le materie colle antiche pergamene della Biblioteca Vaticana, ma anche per le note e illustrazioni d’ogni maniera, colle quali egli l’adornò. Nell’altra opera Monumenta Dominationis Pontificiae oltre alla dottissima prefazione, l’autore premise un discorso a ciascuno di quei preziosi documenti per la piena intelligenza del senso, e il tutto corredò poi di note, perché nulla rimanesse di dubbio e d’oscuro. Nel tempo stesso che attendeva allo studio di queste opere, andava poi pubblicando Il Giornale dei letterati d’Italia insieme a Mons. Michelangiolo Giacomelli pistoiese anch’egli, e ad altri distinti letterati. Il qual Giornale venne tosto in così gran fama che il Cenni, com’egli stesso scriveva a suo fratello Rinaldo, era continuamente assediato da libri e da lettere che d’ogni parte d’Italia gli venivano indirizzati.  Il Pontefice Clemente XII, riconoscendo i meriti e la dottrina del Cenni, lo ascrisse tra i beneficiati della Basilica Vaticana: ma il Cenni affaticato da tanti studi venne ben presto assalito da lenta febbre, la quale logorandogli adagio le forze del corpo, lo trasse alla tomba, nell’anno 1762, nella sua età di anni sessantaquattro. Il Cenni alla molta dottrina associò le più eminenti virtù; onde era amato per questo, quanto pel suo ingegno era stimato. Fra gli uomini illustri che ebbero dimestichezza con lui non vogliono tacersi i pontefici Clemente XII e Benedetto XIV, i quali lo ebbero sovente a se, e molto si dilettavano del suo erudito conversare.”

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Bartolomeo Colti  

 Di lui parla Giuseppe Arcangeli nel suo “Poesie e Prose”, edite a cura di Enrico Bindi, Firenze, Le Monnier 1857.

 

  “Erudito, nacque a Spignana nell’anno 1740 da povera famiglia. Studiò nel Seminario di Pistoia dove ricevé il Sacerdozio nel 1765. Di lui si ricordano un “Dictionarium Sacrorum Rituum”, “Dialogo sul vero modo d’insegnare la lingua latina”- “Biblioteca della gioventù studiosa” - “Nuovo prospetto della costruzione latina”. Altra opera da lui pubblicata: “La rettorica in pratica sull’orazione di Cicerone pro C. Quinto”. Scrisse molte rime, vari drammi sacri in prosa e in versi, coltivò la pittura e la musica. Dal 1783 all’anno 1793 fu Parroco della Chiesa di Lizzano e, fino al 1799 di quella di San Marcello. Vi morì all’età di 59 anni”.


 

GROTTA DI MACERETI

Questo il “racconto di Massimo D' Azeglio nel suo “Niccolò dei Lapi” a proposito della grotta di Macereti, sulla strada che, da Spignana, porta a San Marcello Pistoiese:

" Nel 1580, vale a dire 50 anni dopo l’assedio di Firenze, alcuni cacciatori cercando i gioghi sopra S. Marcello, giunsero ad un luogo nascosto tra le rupi aride, pieno di sassi, desolato e selvaggio, ove molte caverne entrano ne’fianchi del monte senza che si sappia ove vadano a riuscire.  In questa solitudine, detta in sin da oggi Macereto (forse per le macerie che l'ingombrano) costoro trovarono una vecchia coperta di vilissimi panni, non però luridi e negletti, come suol portarli chi per mestiere è mendico. I capelli,sciolti e lunghi insino al ginocchio, le scendevano dal capo spandendosi tutt’intono sulla persona quasi un velo da’ argento. Il viso pallido e macilento; lo sguardo basso e doloroso.  Era ginocchioni sulla entrata da’ una di quelle spelonche, innanzi ad una croce fatta rozzamente di due rami di castagno tenuti insieme da una vermena di vinco. Non si mosse e non si volse al giunger de' cacciatori, che fermatisi a considerarla maravigliati e riverenti, udirono che tratto tratto sospirando diceva: - DIO MIO ! DIO MIO ! son tanti anni che piango per lui!... Gli avrai tu perdonato ? - E rimasta muta qualche momento, ripeteva poi la sua preghiera, e sempre con le stesse parole.  Ritrattisi costoro, s' informaron da' contadini dell’esser suo, ed udirono che dai più era tenuta una santa, ma nessuno seppe dire chi fosse o di dove fosse venuta.Narravano che, dopo avere inutilmente tentato di condurla a vivere nell'abitato, le avean accomodato un po' di lettuccio in quella spelonca, ed or gli uni or gli altri le portavano di che campare. Un giorno poi finalmente la trovarono stesa sul suo lettuccio, bianca e fredda come un alabastro; e fatti certi che ella era passata, la seppellirono nel Campo Santo di S. Marcello."

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