Lizzano Pistoiese e Spignana
attraverso secoli di storia
  
    
 
 
Vasta erat sylva, Litanam Galli vocant
Tito Livio, lib. 23
 
L’acqua del fiume che tocchi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene
Leonardo da Vinci
 
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  ALLA   MEMORIA  DI
 MONS. JOHN MURPHY, EX-SERG. DELLA Xa DIVISIONE DA MONTAGNA DELLA Va ARMATA AMERICANA. LA SUA VICENDA UMANA LEGA PER SEMPRE IL SUO NOME ALLA STORIA DI QUESTO PAESE.
 
  
   EDIT. COMPUTER -1996
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   PREFAZIONE  
 Oggetto della storia è per sua natura l’uomo”, ha scritto Marc Bloch nella “APOLOGIA” della storia. Si può, perciò, affermare che il ricercatore storico ha per oggetto della sua ricerca lo studio della società umana, i gruppi organizzati, gli uomini visti nelle istituzioni, nei loro modi di vita, nelle loro credenze e non solo studiando i documenti d’archivio, ma prendendo in esame le loro opere letterarie, artistiche e tutte le espressioni del loro pensiero. A volte, però, le testimonianze degli uomini del passato sono poche o addirittura non esistono. Perciò il ricercatore, lo storico dovrà prendere in esame le cose, i paesaggi, le forme dei campi, dei manufatti, che sono stati prodotti da quell’umanità. Don Napoleone Toccafondi, l’attuale Parroco di Lizzano e Spignana, ha indagato su una piccola parte della storia d’Italia, sulla storia del passato ora gloriosa ora fatta della realtà quotidiana di un piccolo centro che è stato grande un tempo e che a poco a poco è decaduto. Questo suo scritto non è stato solo una ricerca erudita, non è stato solo spinto dalla curiosità di sapere le cose, ma soprattutto è nato perché attraverso lo studio del passato si è cercato di capire il presente, per comprendere la vita e potere sperare nel futuro. Quest’indagine del passato non si è limitata al ristretto ambito di Lizzano Pistoiese, ma ha voluto dimostrare che le nostre origini affondano in un ampio contesto nazionale e che anche questo piccolo territorio è stato testimone di grandi eventi storici. Non è compito dello studioso criticare gli eventi antichi, ma è quello di comprendere le ragioni che hanno prodotto le trasformazioni della società. Il lavoro del ricercatore non è solo quello di descrivere le cose come sono avvenute, ma è quello di spiegarne le cause e, come dice Croce, di darci “l’intelligenza dell’accaduto”. I grandi storici del passato, come ad esempio Tito Livio, scrissero gli avvenimenti del loro tempo senza disporre di una completa documentazione, mentre oggi la storia, ed anche la piccola storia di Lizzano Pistoiese, vuole essere scientifica e cioè presuppone una scrupolosa indagine dei fatti sostenuta da un’ampia documentazione. Don Napoleone cita solo alcuni personaggi illustri di Lizzano, sacerdoti, poeti, scrittori, ma tra questi personaggi mi sembra giusto ricordare tutti quei lizzanesi anonimi e non che, per mantenere decorosamente le loro famiglie e per ricostruire le loro case distrutte dalla famosa frana del 1814, furono costretti ad emigrare in “piano” con i greggi, in Sardegna nelle carbonaie, in Svizzera, Olanda, Germania, Francia. Con il loro lavoro contribuirono al buon nome dell’italiano lavoratore nel mondo; lizzanesi che si sono fatti onore e che hanno contribuito a fare la storia recente del loro paese. ( Si veda il caso della famiglia Lazzi). Ma per rimanere nel tema di Don Napoleone che, con il suo studio accurato,  è riuscito a trovare lizzanesi illustri, mi piace ricordarne altri due che hanno contribuito alla crescita morale e spirituale della popolazione: Don Domenico Tondinelli vissuto nella seconda metà dell’ottocento e Don Francesco Romualdo Tondinelli. Il primo, fu anche un grande esperto d’agricoltura, molto amato dalla popolazione; l’altro, Pievano di Cutigliano dall’anno 1803 al 1836, fu promotore d’imponenti opere di restauro a quella Chiesa. La ricerca storica di Don Napoleone, ampia, ricca di note e chiarificazioni, dà un contributo importante alla conoscenza del territorio che, purtroppo, si è andato via via spopolando ed ha perduto, nel tempo, l’importanza che ha avuto in tutto il Medio Evo. Non c’è più neppure la scuola elementare che era dedicata a Matilde Tondinelli. Sono pochi gli adolescenti, i giovani cercano altrove la loro attività, i pensionati si ritrovano nel circolo costruito da Don Napoleone. Le speranze, però, non si spengono. La memoria del passato è scuola per il futuro. Scrive Don Toccafondi: “ La coscienza e la memoria del proprio passato, anche da parte delle piccole comunità, facilitano il compito del cammino comune da percorrere e di procedere verso il futuro con la consapevolezza di coloro che credono e non trascurano gli insegnamenti che possono venire dalla “Storia”.  Sì, la storia potrà continuare se ci sarà sempre qualcuno, come questo nostro erudito Sacerdote, che potrà raccoglierla e trasmetterla.           
 
( Prof. Dott. Tina Maria Tondinelli -Genova)
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   A mio modesto avviso il lavoro di Don Toccafondi è pregevole per ricchezza di documentazione ed anche per impegno interpretativo dei vari dati raccolti.  Particolarmente interessante, mi sembra, il capitolo su Giuliano Pacioni”. Del Cenni e del Colti parla Arcangeli Giuseppe (cfr. le sue Poesie e prose, edite a cura di Enrico Bindi, Firenze, Le Monnier 1957): e su Lizzano cfr. ibid. in biografia del Capitano Mattana (Luca Giacomelli di Cutigliano) e del  capitano Domenico Cini di S.Marcello Pistoiese. Ponte a Serravalle 20 Maggio 1979. don  Aldo Pacini (Pistoia), Letterato e storico-  (MIO COMPIANTO MAESTRO DI MUSICA)
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   INTRODUZIONE
 In un contesto di storia bimillenaria al quale sono legate le vicende di un territorio chiamato dai Galli “Sylva Litana”, come riferisce lo storico Tito Livio,”, quella di Lizzano Pistoiese, posto sul confine che divideva la Gallia Cisalpinadall'Etruria, il Nord dal Sud, assume un’importanza tutta particolare degna della massima attenzione, se vogliamo comprendere il significato di certi avvenimenti militari e del rilievo, civile e religioso, assunto da questo paese attraverso i secoli. Castello importante ed antichissimo della montagna pistoiese, specialmente durante il Medio Evo, Lizzano sembrò concludere la sua vicenda storica con la frana dell’Anno 1814 quando un imponente movimento di terreno seppellì la maggior parte del paese e, con esso, le testimonianze di un glorioso ed antico passato. C’è da dire, infatti, che La collocazione di questa frazione del Comune di San Marcello, nel contesto comunitario attuale, non corrisponde certamente né a quelle che sembrano essere le sue origini né al predominio, civile ed ecclesiastico, che assunse nel Medio Evo su tutti gli altri paesi. La sua Pieve, la più antica, citata in un documento imperiale del 997 ma quasi certamente già esistente nell’ottavo secolo nel periodo longobardo-carolingio, dette origine a tutte le altre Chiese della Montagna, e i confini del Comune di Lizzano, nell'anno 1255, si estendevano fino al Frignano. In un documento del 1300, fra le Chiese della Diocesi di Pistoia e, perciò, dipendente dalla Pieve di Lizzano, si annovera anche quella di Sant’Iacopo ad Ospitale poco al di sotto della dorsale appenninica. Lizzano fu anche sede del Capitano di Giustizia fino a quando, verso la metà del sec.XIV, non perse questo privilegio a favore della vicina Cutigliano a causa di un’appassionata sommossa popolare di cui parlano le “cronache” del tempo.  
Le origini di Lizzano, se vogliamo accogliere le oopinioni più comuni d’antichi scrittori, sono legate alle vicende storiche dei Galli e dei Romani di cui ci parla Tito Livio. Lancisa o Ancisa, piccolo borgo posto sulla strada chisce oggi Lizzano a San Marcello attraverso Spignana, sarebbe stato teatro della famosa battaglia, detta della Sylva Litana, che si svolse nel 216 avanti Cristo, in cui furono annientate dai Galli le sfortunate Legioni del Console Postumio massacrato poi, con pochi superstiti, nei pressi del torrente “Verdiana”, in località chiamata anche oggi “Chiusa Galli”. Le vicende successive furono determinate, in gran parte, da tali avvenimenti (a Roma erano stati proclamati tre giorni di lutto) con ritorsioni, stragi, battaglie memorabili condotte da vari Consoli, fra i quali il console Marcello che dette il nome alla località che, solo successivamente in tardo Medio Evo, fu messo sotto la protezione del santo pontefice Marcello.   Il nome “LIZZANO” sembra tradurre etimologicamente quel termine “Litana” che, secondo Tito Livio, fu dato dai Galli ad un territorio vastissimo che si estendeva al di qua e di là dall'Appennino e che Astolfo, Re dei Longobardi, nell’anno 753, indicò in un documento col termine di “MASSALIZANUM”, cedendolo a Sant’Anselmo già Duca del Friuli e suo cognato. Gli “ospizi” costruiti dal Santo a Spedaletto, Fanano, e Lizzano in località “La Cella”, assicurarono, per molto tempo, la traversata dell’Appennino, specialmente d’Inverno, dando ospitalità e assistenza ai fedeli che si recavano in pellegrinaggio ai Santuari, soprattutto a Sant’Iago di Compostella in Spagna. Fu proprio all’interno di questo territorio, una volta distrutta la potenza dei Galli inseguiti fin dentro la Gallia Cisalpina, che i Romani, occupata Bononia (l’odierna Bologna), costituirono il triangolo fortificato di Lizzano di Pistoia, Lizzano di Bologna, Lizzano di Forlì, a difesa dei passaggi sull’Appennino. Ne seguì, per conseguenza, ad opera del Console Marco Bebbio, la deportazione nel Sannio di tutti gli abitanti dell’Apuania, della Garfagnana e della Montagna Pistoiese.  I deportati, disperati, avevano chiesto ed ottenuto dal Senato Romano, col pagamento di 150.000 sesterzi d’argento, di ricostruire, laggiù, i “focolari” e gli “altari”.  Per la sua posizione centrale e strategicamente essenziale, Lizzano divenne Castello principale dell’Appennino durante il Medio Evo, con proprie fortificazioni come quelle di Castel di Mura, Castelluccio, Montesdruccioli, Cacioli e Cornia dipendenti sempre dal Capitano di Giustizia che agiva, molte volte, in completa autonomia ed anche in contrasto con la città di Pistoia. Per Lizzano e Vizzaneta, in certo periodo sede anche di “dogana”, passava la strada principale che, dalla pianura pistoiese, conduceva a Modena ed era, senza dubbio, una delle strade consolari che solcavano anticamente la Selva Litana per la quale passarono e ripassarono eserciti invasori. Lo stesso Annibale, nel valicare l’Appennino, non ebbe, forse, altra scelta per giungere dalla pianura padana a Fiesole e quindi al Lago Trasimeno, se è vero, come scrive ancora Tito Livio, che egli, servendosi dell’aiuto dei Galli Boi e dei Galli liguri, scelse la via più breve e più impervia che immetteva, proprio  attraverso il territorio dei Liguri, dentro le paludi della pianura. Fu la strada che, probabilmente, utilizzarono gli Etruschi per spingersi nel Nord-Italia e che servì d’arroccamento per la difesa del loro territorio, quando furono ributtati dai Galli aldilà  degli Appennini (Linea Gotica a rovescio e “ ante litteram”) nell''anno 1255 la strada doveva essere già in gran parte abbandonata, se il 24 Novembre di quello stesso Anno, gli ambasciatori di Modena e Pistoia convennero a Spedaletto, in Val di Lamula, per concordarne il ripristino con lavori da effettuare, ciascuno, nel territorio di sua spettanza. Con tali accordi ci si impegnava a mantenerla libera e sempre in condizioni di transitabilità senza esigere dazio o pedaggi d’alcun genere. Si comprende l’importanza che questo accordo era destinato ad assumere nei secoli successivi, se si pensa che, fino alla fine del 1700 quando sarebbe stata costruita la nuova arteria dell’Abetone, l'antica via degli Etruschi, dei Galli, dei Romani, unì ancora come arteria principale il Nord e il Sud, Modena e Pistoia. Fu gradualmente abbandonata perché un tracciato così secolare che aveva servito innumerevoli eserciti durante un arco di tanti secoli di storia, non rispondeva più, in alcun modo, alle esigenze del traffico di un’Era già prossima a diventare moderna. Si cominciò, quindi, ad avvertire l’urgenza e necessità di una nuova via.  Lo riferisce lo Zobi nella " Storia Civile della Toscana " edito a Firenze nel 1850.  Se ne era parlato al tempo della Repubblica, come pure sotto i Medici. Furono gli Estensi, nel 1698, che invitarono Cosimo III ad accordarsi per la costruzione di una via rotabile che, dal canto loro, protrassero fino a Fanano. “Non si trattava di bigotterie, per cui quel Granduca non se ne curò.” I lavori per la nuova strada iniziarono nel  1766 e durarono circa dieci anni con una spesa complessiva di ben 2.612.895. Oggi avvertiamo l’insufficienza di tale, pur imponente, realizzazione e quindi la necessità d’altre soluzioni per favorire collegamenti e scambi turistici al di qua e di là della dorsale appenninica. Maggiore attenzione, per un possibile ed eventuale ripristino, potrebbe essere riservata di nuovo all'antica via che scopre il significato di località e “toponimi” che parlano il linguaggio della storia e portano a noi l’eco e il profumo di tempi lontani, l’insegnamento nascosto nella profondità dei secoli. Una visita, oggi, a Lizzano Pistoiese non è giustificata soltanto dalle notevolissime opere d’arte che avevano arricchito l’antichissima Pieve distrutta dal movimento franoso del 1814 e che poterono essere recuperate; ma anche dall’esistenza recente d’alcune opere murali per le vie del paese e di una scultura in bronzo, sul Sagrato della Chiesa. Opere d’alcuni artisti fiorentini del “Gruppo Donatello”.
 L’iniziativa del sottoscritto che il prof. Arch. Francesco Bandini, Presidente del “Gruppo ", credette opportuno raccogliere, per l'appassionato interessamento del dott. Nicola Menabuoni e sig.ra Liliana, fu realizzata, entusiasticamente, con la partecipazione delle Autorità Comunali e la collaborazione di tutta la popolazione.  “Segna, senza dubbio, l'inizio, com’egli ebbe a scrivere, di un nuovo capitolo nella storia di questa piccola ma civilissima comunità montana, non soltanto per la qualità delle opere stesse e degli artisti interessati, ma anche per le motivazioni e i significati che le hanno ispirate.”  Tale iniziativa è legata alla storia del serg. John Murphy appartenente alla Xa Divisione da montagna della quinta Armata che operò in questo settore della Linea Gotica sul finire della seconda guerra mondiale. A Lizzano Pistoiese, nel Gennaio del 1945, il serg. J. Murphy aveva trovato la sua vocazione sacerdotale e vi ritornò nell'Agosto del 1985 per ringraziare colui che aveva favorito questa vocazione, il parroco del tempo, Don Mario Frati ormai scomparso.  L'occasione suggerì immediatamente al sottoscritto tutta una serie d’iniziative che portarono alle giornate memorabili del 4 giugno 1988 a Lizzano e a quella dell'8 ottobre 1989 a Washington, per l’interessamento del Presidente degli Stati Uniti, R. Reagan, e la partecipazione e collaborazione da parte d’alte Autorità del Congresso e della “CASA BIANCA”. 
 Le opere del “Gruppo Donatello”, fra le quali la Conversione di SAULO, scultura in bronzo di Marcello TOMMASI che la Cassa di Risparmio di Firenze donò, nell’occasione, a questa Parrocchia, contribuirono senza dubbio a esaltare la manifestazione del 4 giugno 1988 ed il suo particolare significato, concentrato su temi vocazionali e di pace. Inserite, però, in un contesto antichissimo di storia e d’arte, nella ricorrenza del “millenario” della Parrocchia, mi sembrarono di rilievo e specifiche non solo per abbellire e arricchire questo paese e il suo patrimonio artistico, ma anche per rivendicare a questa antichissima “pievania”, madre delle chiese dell’alta montagna pistoiese, un primato d’onore e di nobiltà, dopo oltre mille anni di vita parrocchiale. Ho cercato, di illustrare le vicende sopra esposte e che ho potuto raccogliere in anni di ricerche, nella maniera più adeguata possibile.  Mi sembra superfluo precisare che questo non vuole essere un libro di storia nel vero senso della parola, ma soltanto un’esplorazione nella Storia d’Italia, con l'obiettivo di segnalare le testimonianze e le memorie che riguardano le vicende di un antichissimo territorio, vere o incerte che siano oppure anche fantasiose, e che ho potuto rintracciare negli scritti di nuovi ed antichi scrittori e che propongo alla memoria degli abitanti di questo paese. Fu la dottoressa Wanda Lattes, del giornale "LA NAZIONE", a indurmi espressamente a tale impresa quando, nel lontano 1976 (15 Sett.), per telefono, ebbe a rallegrarsi con me per la scoperta della storia dell’ORGANO di Lizzano fatta da Don Umberto Pineschi: la sig.ra Lattes voleva solo “ un appunto”, come lo chiamò lei, sulla storia locale, per fare un altro articolo sul giornale, come aveva già fatto, in terza pagina, in relazione all’importante scoperta. Cominciai con scarso interessamento, ma, quando scoprii le prime notizie, l’entusiasmo si accrebbe via via e compresi subito che non mi sarei limitato a mettere insieme il solo “appunto” richiesto, pur tenendo conto di tutti gli altri doverosi impegni. Le difficoltà furono molte e insistere non mi fu facile, nonostante le sollecitazioni che mi vennero anche da parte del Vescovo Mons. Mario Longo Dorni.  Devo esprimere un sincero ringraziamento alla famiglia CINI di San Marcello per aver consentito di lasciarmi consultare, a lungo, i “ manoscritti” di Domenico Cini, proprio per l’interessamento appassionato e l’intercessione del Vescovo che aveva favorito anche l’aiuto che mi venne, allora, da parte di Mons. Gualtiero Pomposi e da parte di Don Aldo Pacini, per i quali esprimo la mia gratitudine. Le delusioni, le mie insufficienze, mancanze d’esperienza adeguata trovarono, senza dubbio, un aiuto definitivo e insperato sia nei consigli competenti di Don Aldo Pacini, sia in quelli dell’amico dott. Paolo Bellucci, quando ebbe a ringraziarmi per alcune notizie a lui fornite e inserite nel suo libro “ LA STORIA D’UNA STRADA”. Riconoscenza profonda esprimo anche a Don Alfredo Pacini che mi aiutò, in modo tutto particolare, con ricerche personali nella Biblioteca “Fabroniana” di Pistoia. Stimoli importanti mi vennero da parte d’Insegnanti, nelle Scuole Elementari di Lizzano, quando ebbi modo di raccontare ai ragazzi alcune vicende del loro paese e fu constatato il grande interesse che queste suscitavano, col beneficio aggiuntivo di favorire una migliore conoscenza e coscienza della   stessa Storia d’Italia. Un lavoro inutile, del tempo perso? Non credo. Ricordo sempre quando, alla scuola di teologia pastorale, Mons. Giuseppe Debernardi, Vescovo allora di Pistoia, insisteva molto con noi studenti perché nelle future Parrocchie non trascurassimo l’amore per le piccole o grandi storie locali e tenessimo sempre aggiornato il “ liber cronicus”. Cose proponibili, senza dubbio, oggi come ieri. La coscienza, cioè, e la memoria del proprio passato anche per piccole comunità, facilita il compito del cammino comune da percorrere e di procedere verso il futuro con la consapevolezza di coloro che credono e non trascurano gli insegnamenti che possono venire dalla “Storia”.  Lo ha detto il Santo Padre, oggi, a Lubiana: “ Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro.” E’ anche vero, però, che la “Storia”, come la vita, scorre sempre più veloce, frenetica, tesa al raggiungimento di traguardi sempre maggiori: come un fiume va verso la “META” e non consente di voltarsi indietro, avere ripensamenti, nostalgie, rimpianti. Sostare e compiacersi di glorie vere o presunte: "Hic portum inveni.". 

 L’acqua che tocchi di questo fiume) è l’ultima di quella che andò ed è la prima di quella che viene”./ Leonardo da Vinci

Lizzano Pistoiese li 17 Maggio 1996.  -  Toccafondi Napoleone
 
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SOMMARIO
 
CAPITOLO I° -
                       Lizzano Oggi -Spignana- Lancisa                          
 
CAPITOLO II°
Primi insediamenti sull’Appennino.. Autoctoni oppure di provenienza mediorientale.
Le opinioni di Scrittori di cose antiche.
Origine geologica....
 
CAPITOLO  III°
Gli Etruschi - I Galli - I confini della Gallia Cisalpina -
L’origine del nome di “Lizzano” - Ubicazione del territorio
 
CAPITOLO  IV°
Inizia il duello mortale fra i Galli e i Romani. -
Tutto Il territorio Lizzanese investito direttamente dalle operazioni belliche.
-                                                                                                                              L’invasione d’Annibale e Il passaggio dell’Appennino. -La battaglia del lago Trasimeno.                                                                                        
 
CAPITOLO V°
La battaglia di Lancisa e “Chiusa Galli”-Un trabocchetto veramente diabolico.Massacro delle Legioni del Console Postumio.-
Pochi superstiti portano a Roma la tragica notizia.
Lutto e costernazione nella Capitale.
Primi tentativi di vendetta. Lo spauracchio e le insidie della “Selva Litana”
  
CAPITOLO VI°
Soluzione finale del problema dei Galli Boi legata al nome del console Marcello.
La “SELVA LITANA” messa a ferro e a fuoco. Entrano in campo anche i Liguri.
Battaglie sanguinose al di qua e di là dall’Appennino.
                                                                                                                                                   Il console Marco Bebbio, e la  deportazione nel Sannio di ben 40000 Galli,                                                                                                  

    CAPITOLO VII°

Altre deportazioni. Tentativi di reazione da parte dei Liguri. La battaglia del monte Leto e il sacrificio del console Petilio.
 Il significato d’alcuni toponimi e l’origine di una tradizione
Insediamento dei coloni romani e le testimonianze di un antico passato, nei toponimi che si riscontrano nel territorio..
 
CAPITOLO VIII°
Giuliano Pacioni e la villa di “la Lama” a Spignana.
Le sue lettere latine a personaggi dell’epoca, con la “sua” storia di Lizzano e Spignana.
Le sue benemerenze.

CAPITOLO IX°
Crisi politica e istituzionale dopo la morte di Giulio Cesare. 
L’impero di Cesare Augusto Ottaviano con le nuove riforme.
Nascita del Cristianesimo. La nuova religione in Toscana e sulla montagna pistoiese.
Il trionfo della Croce con la vittoria di Costantino al ponte Milvio. Nuovo ordinamento amministrativo.
Le prime chiese sostituiscono gli antichi templi pagani della “selva litana”.
 
-CAPITOLO X°
Le invasioni dei barbari.
Completamente alla mercé dello straniero, In tutta la penisola, passano e ripassano gli Unni, i Goti, i Visigoti.
Né le Alpi, né gli Appennini sono sufficienti a sbarrare la strada agli invasori.
                                                                                                                    Fusione del mondo germanico con quello romano ed inizio della storia medioevale..                                                                                                                    
  
CAPITOLO XI°
Invasione dei Longobardi e loro presenza sulla Montagna Pistoiese.
La comparsa per la prima volta del termine “lizzano” in uno dei più antichi documenti.
La donazione del re Astolfo al duca del Friuli. L’estensione del territorio assegnato a Sant’Anselmo.
Opinioni e interpretazioni contrastanti. Carlo Magno e Lizzano Belvedere.
La costruzione degli ospizi per i pellegrini nei due versanti dell’Appennino.
Gestione unica per tali ospizi. Ritiro dei frati in Nonantola ed istituzione dei“Commendatori”. 
 
CAPITOLO XII°
Carlo Magno e Lizzano in Belvedere. Lizzano pistoiese e il “diploma” dell’imperatore Ottone III.
Diritti feudali del vescovo di Pistoia su Lizzano e il suo territorio confermati da alcuni papi.
Il predominio di Lizzano su tutti gli altri paesi dell’alta montagna.
La strada e l’accordo di Valdilamola fra Pistoia e Modena. I confini di Lizzano nel 1255.
Il palio di S. Iacopo. La pieve e il campanile di Lizzano. Uomini illustri. 
 
CAPITOLO XIII°
Ordinamento comunale a Pistoia e in montagna. Lotte accanite fra partiti diversi. I guelfi e i ghibellini, i bianchi e i neri, cancellieri e panciatichi.
Istituzione del capitano di giustizia. Residenza mandamentale nel comune più importante della montagna.
Una fanciulla avvenente di Lizzano insidiata, a palazzo, da un capitano intraprendente.
Una tragica “defenestrazione” e la conclusione di un capitolo di storia....
 
CAPITOLO XIV°
Il palazzo pretorio a Cutigliano e la nuova Pievania. 
Lizzano difende accanitamente gli antichi privilegi, ma poi è costretto alla resa dal papa Martino V.
Anche Spignana si stacca dalla Pieve madre e acquista completa autonomia    
 
CAPITOLO XV°
L’ASSEDIO DI LIZZANO
Un posto sicuro per morire- La liberazione e la ritorsione.
-Lancisa e Spignana messe a ferro e a fuoco.-La fine dei “Belli” e il “Rio dei morti”.
-La pace con Francesco Giuliano dei Medici e poi col duca CosimoI°..
 
CAPITOLO XVI°
Capitanato di montagna-Decadenza inarrestabile -
La fine dell’antico Castello-La disperazione degli abitanti nei racconti dei testimoni .
  
CAPITOLO XVII°
Interventi del governo Granducale- Sopralluogo dell’ing.Serristori-
Le indagini sul territorio ai fini di un’eventuale ricostruzione - Suggerimenti
 
CAPITOLO XVIII°
Trasferimento della parrocchia a Vizzaneta. L’abitazione del parroco nella villa “Spiombi”. -
La ricostruzione della chiesa e della canonic a.  Altre frane-Richiesta fatta dalla popolazione di Lizzano di riunirsi con Cutigliano-
Gemellaggio di Lizzano pistoiese con la parrocchia di S.Giuseppe al Campidoglio di Washington.
Il “Sentiero della pace che riunisce, simbolicamente, gli antichi territori della “Selva Litana” e di “ Massalizzano”-
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APPENDICE:
 
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CAPITOLO I
    Sulla destra di chi percorra la strada nazionale che, dal paese di “la Lima”, porta al valico dell’Abetone, poco al di sopra del bivio per Lucca e Pistoia, si offrono alla vista, in posizione amena, gli abitati sparsi che formano attualmente il paese di Lizzano Pistoiese, con una popolazione che non supera oggi cinquecento abitanti comprese le località di Vizzaneta, Pratale, Lancisa e Spignana.   Tutto il territorio in gran parte di scisto argilloso, dalle propaggini occidentali delle vette appenniniche comprese fra la “Croce Arcana” e il “Corno alle Scale”, ora precipitosamente ora in modo più dolce, degrada verso il fiume “Lima” ed è limitato a nord dal torrente “Volata” e, più a sud, dal torrente “Verdiana”. [1.A circa 750 mt. sul livello del mare, Lizzano offre caratteristiche notevoli, per la quiete, il verde, le acque, il clima mite e asciutto, a coloro che, sia d’estate sia d’inverno, amano prendervi alloggio per un soggiorno più o meno prolungato e consentito dai numerosi quartieri che gli abitanti cedono in affitto, dall’albergo “La Pace”, dalla “Casa Vacanze” della Diocesi di Pistoia oppure anche dal nuovo “Ostello” per la gioventù, a Lancisa, denominato “Rifugio Stella Alpina”.[2] Un villeggiante assai illustre vero innamorato di Lizzano, negli anni dopo la prima guerra mondiale, fu Giovacchino Forzano regista e autore drammatico.  Nella tranquillità della chiesetta di San Paolo e in quella di Sant’Anna a Vizzaneta[3] egli scrisse alcuni fra i suoi migliori lavori teatrali e numerosi libretti d’opera. Si racconta che facesse suonare, a distesa, le campane tutte le volte che terminava qualche sua opera.[4] Amico di Giacomo Puccini interessato al suo lavoro, più volte fu visto conversare con l’insigne maestro, nei caldi meriggi d’estate, sotto l’ombra amica di secolari castagni.[5[ ] Lizzano è collegato alla via nazionale con un raccordo di 2500 metri. La strada completamente asfaltata, attraverso i paesi di Lancisa e Spignana, dopo avere superato il ponte sul torrente “Verdiana” (o Chiusa Galli) e la grotta di Macereti, arriva fino a San Marcello Pistoiese. Collegamenti oggi facili si hanno anche con Pratale e Vizzaneta. Lizzano Pistoiese fa parte del progetto “Ecomuseo della Montagna Pistoiese” coordinato dall’amministrazione provinciale di Pistoia e sostenuto finanziariamente dalla Regione Toscana. Tale progetto si propone l’ambizione, in un modo del tutto nuovo, di studiare, conservare e valorizzare tutti quei segni che l’uomo, nel corso della storia, ha lasciato nell’ambiente, non solo con l’arte e la cultura. La sorpresa maggiore per coloro che scelgono questo paese, per le vacanze, oppure per il turista che decida di visitarlo anche solo per curiosità, non è costituita tanto dal clima o le acque, il verde, la posizione; quanto dalla scoperta, nella Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, di beni artistici d’antica fattura oltre che di valore notevolissimo. Si tratta di opere che, insieme con altre custodite nel piccolo museo all’interno della sacrestia, danno sicura testimonianza di un passato di grandezza scomparso per sempre. Ci aiutano a rileggere, in chiave artistica e culturale, alcune pagine della storia di questo paese, senz’altro tragiche ma anche esaltanti, che vanno a collocarsi in un contesto di origine nobile e antica.[6] Sono opere elencate e descritte dalla dott.ssa Franca Falletti nel “depliant”: 
Ecomuseo della Montagna Pistoiese - Pieve di Santa Maria Assunta - Lizzano a  cura della Provincia di Pistoia.
[7]  Di recente, il Sagrato della Chiesa è stato arricchito da una scultura in bronzo, “La conversione di Saulo” opera di Marcello Tommasi, offerta alla parrocchia di Lizzano dalla Cassa di Risparmio di Firenze per ricordare il serg. americano John Murphy che, nel 1945, trovò a Lizzano la sua vocazione sacerdotale.[8]   Fa parte delle opere (le pitture murali esistenti sulle facciate delle case) con le quali il gruppo artistico fiorentino “Donatello” intese esaltare la manifestazione imponente che si tenne, a Lizzano, il 4 giugno 1988. Si vollero, allora, ricordare i Caduti americani sulla “Linea Gotica” e l’origine di quella “vocazione straordinaria.”[9] Certamente molto importante anche il monumento ai Caduti delle due ultime guerre. I nomi, incisi nel marmo situato sulla destra dell’ampia navata per chi guarda l’Altare, sono raffigurati simbolicamente da una scultura in gesso di C. Vigni, inizi del XX secolo, offerto dalla famiglia Baglioni di Firenze. Fu inaugurato il 20 Maggio del 1972 alla presenza di numerose autorità civili e militari tra le quali il Sottosegretario alla Pubblica Istruzione On. Caiazza e un nutrito picchetto d’onore di paracadutisti inviati dal Ministero della Difesa.
 
 
   Gli itinerari possibili, per coloro che sostano nei periodi di villeggiatura, non possono essere molto variati perché, se si eccettuano le brevi escursioni verso i paesi vicini, si tratterà sempre di raggiungere le vette appenniniche sovrastanti. Gita classica è quella al “Lago Scaffaiolo” che può essere raggiunto col seguente percorso: chiesa di Lizzano, Casa Buti a 829 mt., la Lama a 1038 mt., Butalvecchio a 1117 mt., Chiasso dell’Alpe a 1436 mt., passo “Tre Termini”, Lago Scaffaiolo a 1775 mt.[10]  Altro itinerario, praticato specialmente dai cercatori di funghi è quello reso più agevole, oggi, dai lavori di sistemazione di tutta la zona intrapresi dalla famiglia del comm. Ferruccio Lazzi.11] è quello che, da Vizzaneta, costeggiando il torrente “Volata”, arriva fino alla “Doganaccia” e più oltre nel versante appenninico opposto. Lasciato l’abitato di Vizzaneta, (dove è possibile ammirare il vetusto palazzo mediceo, la caratteristica “Aia Fontana”, la villa “La Conserva”), si raggiunge in pochi minuti l’Oratorio di Sant'Anna famoso per le feste che vi si celebravano il 26 luglio. Passato il ponticello sul torrente vicino, si sale lungo la dorsale che divide il torrente “Volata” dal “Rio d’Andia”, immersi nel verde e nell’ombra degli ultimi castagni che sembrano arricchire, ancora di più, il mistero di un nome così pieno di fascino col quale gli abitanti v’indicheranno tale zona. Nessuno, forse, potrà dirvi il significato di un tale nome; ma tutti vi diranno che là c’è il “Maleto”. Ne scopriremo più avanti il significato come pure quello di altri interessanti toponimi. Salendo sopra al podere “Prataccio” s’incontra la nuova strada che, partendo da “La Lama”, dopo “Pertini” e il “Rio d’Andia, giunge fino alla Doganaccia (1514 mt.) e la “Croce Arcana”. Questi itinerari sono i più impegnativi e, a causa di ciò, non sono praticati da tutti; mentre sono di pratica costante quelli per “Pian del Conte” a 1200 metri di altezza, la diga sul torrente “Verdiana”, la villa “Colonna” a Mandromini. Nella “Guida della Montagna Pistoiese”, di Giuseppe Tigri, si può leggere che in questa montagna, nel secolo scorso, fu rilevato un filone di galena pura (o solfuro di piombo) che, secondo un’analisi di allora, dette il 63% di piombo e una certa quantità d’argento.[12]   Non lontano da Spignana, sulla strada che unisce questa frazione al capoluogo San Marcello, è possibile visitare la “Grotta Macereti” diventata famosa perché Massimo d’Azeglio la descrive nel suo “Niccolò dei Lapi”, facendo supporre che vi morisse la povera Lisa, figlia di Niccolò, tradita da Troilo. Il paese di Spignana, oltre il colle di Lancisa, si offre al villeggiante di Lizzano come alternativa alle brevi e quotidiane passeggiate intorno all’abitato, specialmente durante le fresche ore del tramonto. Non ha cose notevoli, ma è ricordato, soprattutto, perché dette i natali a due illustri uomini di lettere, gli abati Gaetano Cenni e Bartolomeo Colti. La Chiesa si può far risalire al basso Medio Evo e la data “1201”, incisa nella pietra sul fianco destro presso lo spigolo della facciata, può essere, forse, indicativa dell’anno di fondazione. 

      SPIGNANA

 Per alcuni scrittori di cose antiche l’attuale Spignana fu costruita dai Goti intorno ad una torre di difesa (l’attuale campanile) “in luogo angusto ed inaccessibile”. Il vero paese, però, sarebbe ancora più antico e ubicato nei pressi del torrente “Verdiana” in località che, ancora oggi, è chiamata “Sospignana”. Il suo territorio, comunque, era incluso entro i limiti dell’antica e famosa “Silva Litana” di cui ci parla lo storico Tito Livio e interessato, perciò come vedremo, dalle vicende belliche che si svolsero in questa “selva” tra i Romani e i Galli Boi. Il nome deriverebbe da “spinea” (rovi, spine, cresciute sulle sue rovine). I Romani l’avrebbero chiamata “Castrum Spinarum” e i Goti, poi, “Spineana” = (spinosa) o campo di spine. È l’opinione di Giuliano Pacioni segretario del Granduca di Toscana e famoso per le sue lettere latine scritte, a personaggi dell’epoca, dalla villa di “La Lama” poco distante dal paese di Spignana ove egli visse, per oltre trenta anni, fino alla fine avvenuta nei primi del secolo XVIII. 13 Il Cini, invece, ritiene che anche Spignana come altri paesi della Montagna Pistoiese, sia appartenuta a qualche famiglia di coloni Romani. Vespinio, dal quale poi “Vespignana” e quindi Spignana, potrebbe aggiungersi agli altri nomi di famiglie sicuramente Romane indicate dai toponimi ancora esistenti come “Vagliappi”, “Mavigliana”, “Fatini”, “Pertini”. Nel Medio Evo Spignana parteggiò con Lancisa per i “Cancellieri” che erano di parte guelfa, e lottò, a lungo, contro i “Panciatichi” di Lizzano e Cutigliano che erano di parte ghibellina. 14Il paese di Spignana, oltre il colle di Lancisa ,  si offre al villeggiante di Lizzano come alternativa alle brevi e quotidiane passeggiate intorno all’abitato, specialmente durante le fresche ore del tramonto. Non ha cose notevoli, ma è ricordato, soprattutto, perché dette i natali a due illustri uomini di lettere, gli abati Gaetano Cenni e Bartolomeo Colti.) La Chiesa si può far risalire al basso Medio Evo e la data “1201”, incisa nella pietra sul fianco destro presso lo spigolo della facciata, può essere, forse, indicativa dell’anno di fondazione. Per alcuni scrittori di cose antiche l’attuale Spignana fu costruita dai Goti intorno ad una torre di difesa (l’attuale campanile) “in luogo angusto ed inaccessibile”. Il vero paese, però, sarebbe ancora più antico e ubicato nei pressi del torrente “Verdiana” in località che, ancora oggi, è chiamata “Sospignana”.  Il suo territorio, comunque, era incluso entro i limiti dell’antica e famosa “Silva Litana” di cui ci parla lo storico Tito Livio e interessato, perciò come vedremo, dalle vicende belliche che si  svolsero in questa “selva” tra i Romani e i Galli Boi.  Il nome deriverebbe da “spinea” (rovi, spine, cresciute sulle sue rovine). I Romani l’avrebbero chiamata “Castrum Spinarum” e i Goti, poi, “Spineana” = (spinosa) o campo di spine. È l’opinione di Giuliano Pacioni segretario del Granduca di Toscana e famoso per le sue lettere latine scritte, a personaggi dell’epoca, dalla villa di “La Lama” poco distante dal paese di Spignana ove egli visse, per oltre trenta anni, fino alla fine avvenuta nei primi del secolo XVIII15] Il Cini, invece, ritiene che anche Spignana come altri paesi della Montagna Pistoiese, sia appartenuta a qualche famiglia di coloni Romani. Vespinio, dal quale poi “Vespignana” e quindi Spignana, potrebbe aggiungersi agli altri nomi di famiglie sicuramente Romane indicate dai toponimi ancora esistenti come “Vagliappi”, “Mavigliana”, “Fatini”, “Pertini”. Nel Medio Evo Spignana parteggiò con Lancisa per i “Cancellieri” che erano di parte guelfa, e lottò, a lungo, contro i “Panciatichi” di Lizzano e Cutigliano che erano di parte ghibellina.[16] Fino all’anno 1520 appartenne al Comune e alla parrocchia di Lizzano. Oggi, nonostante la scarsità del numero degli abitanti (circa70), ha potuto conservare una sua distinzione giuridica ecclesiale pur essendo unita alla parrocchia di Lizzano con la formula “aeque principalis”.[17 Oggi, nonostante la scarsità del numero degli abitanti (circa70), ha potuto conservare una sua distinzione giuridica ecclesiale pur essendo unita alla parrocchia di Lizzano con la formula “aeque principalis”. L’indipendenza completa fu acquisita nel 1653 data di costruzione della casa canonica che consentì la piena disponibilità di un parroco proprio. 

  Il borgo di Lancisa o “Ancisa”, fra Lizzano e Spignana, offre al turista, come da una balconata, lo spettacolo di un panorama incomparabile di una vallata amenissima incorniciata all’orizzonte dalle vette appenniniche della Doganaccia, Libro Aperto, Gomito, Tre Potenze, Piastra. Su in alto, a nord-ovest, il Sestaione e tutta la vallata del fiume “Lima” dal quale si stacca il costone che, da San Vito, porta alla Cuccola e alla Doganaccia. Ai piedi Lizzano e, nel fondo valle, “Pratale” da cui è possibile arrivare a Cutigliano. In una giornata di sole, specialmente quando lo “Spigolino”, la “Doganaccia”, il “Libro Aperto”, il “Gomito”, sono incappucciati di neve, è uno scenario fantastico che fa meritare, davvero, a questa parte della Montagna Pistoiese, di essere chiamata la Svizzera Italiana.

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Note  :

1- [1]  - Vedi nota n° 11 del cap.5.

2-Ecco come Emilio Bertini descriveva Lizzano nel 1884 nella sua pubblicazione “Le dimore estive dell’Appennino Toscano”: “Lizzano è una dimora per chi brama la solitudine e si contenta di poco per godere molta libertà. Si trova quasi in piano (?), a ridosso di un ciglione montuoso che s’attacca ad uno dei tanti contrafforti che scendono dall’Alpe della Calanca …I dintorni sono pittoreschi e dilettevoli per comode gite ai vicini casolari di Vizzaneta, Pratale, Lancisa Spignana ed alle cascine circostanza. Manca di macelleria; ma si può tutto provvedere, con poca spesa, da Cutigliano, 3 chil. distante, o da S. Marcello 6 chilometri.
[3]- Bellissimo borgo montano che si trova a circa un chilometro a nord-ovest di Lizzano, con un complesso di immobili di notevole valore storico e architettonico. Rilevante la villa appartenente oggi alla famiglia Tondinelli e fatta realizzare da Giulio dei Medici ( Papa Clemente VII) per sua dimora negli spostamenti verso il nord d’Italia. Altri edifici notevoli sono le Chiese di San Paolo e quella di Sant’Anna di proprietà,oggi, della Regione Toscana e cedute in commodato alla Parocchia di S.Maria Assunta a Lizzano Pistoiese. La chiesa di San Paolo è già stata restaurata; quella di Sant’Anna lo sarà prossimamente. Bellissima la fontana medicea posta sulla piazza antistante al la villa, anch’essa in pietra. Con alcune strade e altri edifici insieme con scorci paesaggistici, offrono “emergenze turistico-culturali” di notevole rilevanza. 
[4]  G. Forzano: autore drammatico e regista italiano (Borgo San Lorenzo, (FI) 1884 - Roma 1970) - Di lui si ricordano, come regista e sceneggiatore, i film “Villafranca” del 1933 e “Campo di Maggio” del 1935, scritti insieme con Benito Mussolini, duce del Fascismo. Lavori teatrali scritti a Vizzaneta: “Il Conte di Bréchard”, “Il Dono del Mattino”, “Madonna Oretta”. Dei numerosi libretti d’opera si ricordano “Lodoletta” e “Gianni Schicchi” . 
Amico di Giacomo Puccini interessato al suo lavoro, più volte fu visto conversare con l’insigne maestro, nei caldi meriggi d’estate, sotto l’ombra amica di secolari castagni. 5i
Risulta dalle “Memorie” di Alfonso Lorenzi, cittadino di Lizzano, contenute in un manoscritto lasciato alla sua morte avvenuta nell’anno 1972. Conosciuto come “Alfonsino”, acquistò non poche benemerenze svolgendo alcune mansioni a beneficio della popolazione collaborando sia col Parroco sia con l’amministrazione comunale. Alfonsino viene anche ricordato per avere dato i natali ad Angiolo Lorenzi che ebbe una certa notorietà, come pittore, prima della seconda guerra mondiale. Nell’Appendice, pagina 115….. si legga la sua biografia redatta, recentemente, a cura dell’Amministrazione Comunale che nell’anno 1999 curò lodevolmente anche una mostra delle sue opere  per far conoscere questo illustre e sfortunato cittadino di Lizzano e della montagna pistoiese
  Don Luciano Tempestini, “Depliant”: “Ecomuseo della Montagna Pistoiese - Pieve di Santa Maria Assunta - Lizzano”. Parla della storia di quest’antichissima parrocchia:
Fra le Chiese dell’alta Montagna Pistoiese quella di Santa Maria a Lizzano, oggi S. Maria Assunta, ricopre una particolare importanza; la Chiesa era situata sull’antico itinerario alto - medievale che congiungeva la città di Pistoia con Modena e quindi si collegava ai centri del nord.Stazione di tappa, ma anche momento di riferimento religioso, Lizzano è la Chiesa Madre di tutte le altre chiese parrocchiali della Montagna Pistoiese comprese nel territorio a nord dell’attuale abitato di “la Lima”Dalla divisione del suo antico territorio hanno avuto origine le attuali parrocchie dei comuni di Cutigliano e Abetone. Per le difficoltà a gestire i rapporti con la popolazione su un territorio così vasto, furono eretti alcuni Oratori: il primo di loro, che avrà vita autonoma, sarà quello di Cutigliano. È la Pieve più antica di tutta la Montagna, ricordata nel diploma d’Ottone III del 997; Era guidata da un “plebanus”(tradotto dal popolo in Pievano). Il culto di Santa Maria Assunta, sviluppatosi a partire dal VI secolo (attorno al 500) prima in ambiente orientale, passa poi all’occidente; potremmo supporre che questa festa sia frutto della presenza, nella zona, dei Bizantini, prima dell’invasione longobarda. Il 15 di Giugno, per la festa di San Vito, vi era il pellegrinaggio, fino al 1700, effettuato dalle parrocchie di Lizzano e Cutigliano, che s’incontravano nell’oratorio di San Vito, per benedire le campagne; poi questa tradizione è rimasta solo per Lizzano (fino al 1955). Per le Rogazioni, momento istituzionale per la benedizione delle campagne, nei giorni precedenti l’Ascensione, si toccavano le frazioni in cui era diviso il territorio parrocchiale. Nel giorno dell’Ascensione vi era la salita al monte Castello come momento processionale d’accompagnamento del Cristo che, sul monte, lascia la sua presenza visibile sulla terra. La festa principale è il 15 Agosto: Santa Maria Assunta. Nel 1848 la parrocchia aveva 865 abitanti. Oggi circa 400. 
[7]LLe opere principali elencate e descritte sono le seguenti: Fonte Battesimale: vasca in pietra serena, datata 1757, sulla base quadrangolare che la sostiene. Il dipinto sovrastante raffigura la Genesi. Si tratta di olio su tela di Valerio Cheli, eseguito nell’anno 1988. È di un’indubbia originalità il concetto che l’artista ci presenta come decorazione di un fonte battesimale. Una grande composizione di fiori, esplosione della natura che rinasce ogni anno a nuova vita; al di sopra si libra lo Spirito di Dio simbolo di pace in forma di colomba, mentre in basso, nel recipiente che serve di base alla composizione floreale, dei bagliori di luce annunciano la croce di Cristo.  Dossale a parete: scultura in terracotta invetriata, raffigurante la Madonna col Bambino e quattro Santi in terracotta invetriata policroma, datata 1511. L’opera, ricordata anche dalle fonti, è un pregevole manufatto della bottega dei Della Robbia, la quale restò attiva e apprezzata per tutta la metà del XVI secolo, diffondendo i suoi prodotti in molte località della Toscana; lampada votiva in argento sbalzato 
datata  1659; Crocifisso, XVI sec. attribuito alla produzione tarda di Baccio da Montelupo (1469 - 1535      Assunzione della Vergine, olio su tela, attribuita recentemente al pittore fiorentino Filippo Tarchiani (1580-1643) legato alla cultura fiorentina di tradizione tardo cinquecentesca e controriformistica;Madonna col Bambino: scultura in terracotta invetriata raffigurante la Madonna col Bambino del XVI secolo. Ricordata dalle fonti, è una pregevole opera di ambito robbiano;Quadro a parete, Madonna col Bambino e Santi: tempera su tavola databile fra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Di recente è stata attribuita a Leonardo di Bernardino del Signoraccio ed ha partecipato, a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, alla mostra “Fra Paolino e la pittura pistoiese del primo Cinquecento”, nelle sale affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia. Esistono altre opere, anche di notevole valore, custodite all’interno del piccolo Museo in Sacrestia; ma, soprattutto, un prezioso Organo del ‘500,da restaurare, scoperto da Don Umberto Pineschi. La scoperta avvenuta nell’estate del  1976,suscitò notevole scalpore, fra i numerosi musicisti,anche stranieri che arrivarono a Lizzano dagli Stati Uniti d’America, dall’Olanda, dal Giappone, dall’Austria, per sollecitarne la ricostruzione.8] Vedi Cap. XVII. 9] Vedi Cap. XVII [10]--Si trova ad ovest  del Corno alle Scale ed è lungo 162 mt. e largo 59, con una profondità massima di appena 2,4 mt. Diquesto lago ne parla anche il  Boccaccio (Trattato dei laghi e de  fiumi): “ Scafagiolus modicus lacus est in Apennino, qui inter agrum pistoriensem atque mutinensem sublimatur miraculo magis, quam aquarum copia memorabilis”.Lo chiama anche Lago delle tempeste riportando una diceria allora esistente:" basta gettare nel lago un oggetto qualsiasi e improvvisamente si determina una furiosa tempesta da sradicare perfino gli alberi. Una vera e propria calamità naturale." Provare per credere. "Omnes testantur Accolae si quis sponte vel fortuitum lapillum, vel rem aliam,quae aquas moveat in eum proiciat, repente aer in nubes cogitur, et tanta ventorum tempestas oritur ut nonnumquam vicinae validissimae  quercus, fagique veteres aut truncentur, aut radicitiis evellantur quid animalia dicam, si qua sint, si arbores enervantur, et sic infestationibus
per diem totam aliquando perseverat. 
11-
 Importante 
 famiglia di Lizzano. Dopo la prima guerra mondiale, Vincenzo Lazzi, con l’aiuto dei figli Angiolo, Iacopo, Ferruccio e Annunziata, acquistò notevole benemerenza nel settore dei trasporti automobilistici. Tale attività, continuata fra le due guerre mondiali, si estese notevolmente, soprattutto dopo la fine dell’ultima guerra, anche per merito dei nipoti Franco, Luciano e Fanny.
 
12] Giuseppe Tigri: “Guida della Montagna Pistoiese”. Edit. Niccolai - Pistoia 1878: pag. 9813] -Leggere il capitolo VIII. [15] - Leggere il capitolo VIII.
16]-I Panciatichi erano un’antica famiglia pistoiese nota fin dal secolo XI. Si divise presto in molti rami che annoverarono uomini illustri, mecenati e condottieri . Fra loro, Vinciguerra (1322), si distinse in Francia al servizio di Filippo IV il Bello che lo nominò cavaliere. Fu richiamato in Patria dalla fazione ghibellina in lotta con i Cancellieri e si accordò con Uguccione della Faggiuola. Assediata Pistoia la conquistò e ne divenne il Signore dominante. A lui si deve la costruzione di Palazzo Panciatichi a Pistoia. Di questa famiglia si ricorda anche Ridolfo (XIV sec.), avversario di Castruccio Castracani; Palamidesse (XVI sec.). Furono di parte ghibellina. Altrettanto noti furono i Cancellieri, famosa famiglia pistoiese di parte guelfa e d’antica origine. Fondatore delle sue fortune fu Cancelliero (XIII sec.) arbitro della città fra il 1210 e il 1240. Alla fine del XIII sec. nacquero, in seno alla famiglia, due parti avverse; da Riniero discesero i Bianchi, da Amadori e Sinibaldo discesero i Neri. [17] La casa Canonica di Spignana è tornata, recentemente, all’antico splendore, con un restauro imponente effettuato dall’attuale parroco, con l’aiuto dell’Ufficio Amministrativo della Curia Vescovile di Pistoia e dopo le insistenti pressioni del Vescovo Mons. Mario Longo Dorni. I lavori, cominciarono nel novembre 1979 e si conclusero, con l’inaugurazione fatta dal Vescovo di Pistoia, Mons. Simone Scatizzi, il giorno 10 agosto 1983.  

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 La Toscana fu sicuramente una delle Regioni italiane a conoscere per prima la presenza dell’uomo. Alcuni dei più antichi resti umani risalenti alle “Ere Paleontologiche” furono ritrovati, proprio, nei pressi d’Arezzo e di Grosseto. Da quei lontanissimi progenitori, tutto il cammino della Civiltà, dall’età della pietra a quella del bronzo, è documentato senza dubbio in questa Regione. Alcuni scrittori ritennero che tali abitatori fossero autoctoni; ma la maggior parte ha sempre pensato che essi, invece, provenissero da altre regioni del Mediterraneo e, in particolare, dal Medio Oriente. Il marchese Scipione Maffei8 pensa che gli Etruschi avessero la loro origine nella Cananea e nella Fenicia; mentre Thomas Dempster19 ritiene che essi provenissero dall’Egitto per i i vasi, bronzi, tavole, marmi, leoni alati, grifoni, figure varie, ritrovati e in tutto uniformi agli oggetti similari usati dagli antichi egizi. Opinioni, in ogni modo, solo apparentemente contrastanti perché, come arguisce il Cini20fondandosi su altri scrittori, gli Assiri (nel cui impero erano comprese le province della Fenicia e della Cananea), poterono arrivare in Toscana dopo essere stati assorbiti dalla Civiltà Egiziana.21 Secondo Dionigi d’Alicarnasso22 furono i “Lidi”, cento anni avanti la guerra di Troia, ad arrivare in Toscana al comando di Tirreno.  Plinio il vecchio23], però, èconvinto che, ancora prima dei Lidi, il territorio fosse già stato occupato dai Pelasgi e, successivamente, dagli Umbri. 24]Pertanto, se è vero che la Toscana fu una delle prime “Regioni” della Penisola a ospitare i primi uomini, si può legittimamente affermare che fu proprio la “Montagna Pistoiese” a favorire i primi insediamenti per l’usanza che avevano, uomini primitivi, di abitare su alti monti al fine di proteggersi meglio da eventuali nemici ma, soprattutto, dall’acqua per l’atavica paura rimasta dopo il diluvio universale. Alcuni scrittori li chiamano addirittura “Montani”25 tanta era la loro abitudine di vivere esclusivamente sui monti dentro grotte o caverne. Tommaso Bozio,26] parlando del dominio degli Umbri in Toscana, sostiene che il fiume Ombrone che scorre nell’agro senese, prendesse il nome proprio da loro. È perciò verosimile che anche il fiume principale che scorre dalle montagne pistoiesi, chiamato anch’esso “Ombrone”, abbia avuto il nome dai medesimi abitanti. Leandro Albertiù riferisce dell’esistenza di una storia antichissima che raccontava di popoli partiti dall’Asia Minore ed arrivati in Toscana al comando di questi capitani: Brit, Tritonio, Secot, Lanisio, Mesopo, Ferat, Limas, Ramut, Astor, Minon, Gareno. La presenza di nomi, come Limas e Gareno, fa pensare a località conosciute della Montagna, come “Lima”, “Limestre”, “Reno”. Sembra addirittura, secondo il racconto dell’Alberti, che, nel versante bolognese dell’Appennino, nei pressi di Castel del Vescovo, esistesse anticamente una zona o paese chiamato proprio “Garena”. Questa teoria diventa emozionante se, ai toponimi citati, aggiungiamo il nome del maggiore fiume toscano. Il pensiero corre immediatamente al fiume “Arnom” che segnava il confine fra i Moabiti e gli Amorrei[27] nell’antica Cananea.  L’importanza che, nello svolgersi della storia romana, assunse tutto l’Appennino Tosco-Emiliano è facilmente documentabile con la testimonianza, soprattutto, di un grande storico classico quale fu Tito Livio.  Il citato Alberti fa derivare il nome “Appennino” dal re “Api”, ultimo degli "Dei italici"; Jacques Spon28]asserisce, invece, che il nome ebbe origine dal Dio “Penino” adorato generalmente in luoghi montani. Non sembra, in ogni modo, che le due opinioni siano contrastanti poiche il nome è composto proprio da “Api” e “Penino”. L’origine geologica risale, invece, all’Epoca Terziaria (70 milioni d’anni) quando, nell’ambito del pronunciamento alpino-himalaiano, sorsero dal grande mare anche gli Appennini. Questo gran fenomeno orogenetico fu accompagnato da una notevole attività vulcanica della quale esistono resti in tutta la regione, come il cono del monte Amiata nei contrafforti senesi dell’antiappennino, le estese giaciture di tufo nella parte meridionale, i giacimenti metalliferi.  Osservando la configurazione del “Lago Scaffaiolo”29sembra proprio che anch’essa debba riferirsi a tale primordiale attività. Il territorio lizzanese, secondo antichi scrittori, si estendeva nei due versanti opposti dell’Appennino. È ovvio, pertanto, che ogni avvenimento di storia riguardante questa catena montagnosa lo interessi sempre direttamente.
 
 NOTE :-
 18] -Scipione Maffei (Verona 1675 - 1755): “Galliae Antiquitates”. Erudito di vasta dottrina, scrisse di storia, d’archeologia, d’economia, di politica. Fu anche autore drammatico.19] Thomas Dempster (Aberdeenshire 1579 - Bologna 1625): “De Etruria Regali”. Erudito e storico scozzese, può essere considerato il precursore degli studi etruscologi. 20] -Domenico Cini (Cap. San Marcello Pistoiese 1695 - 1772): di nobile famiglia, è scrittore quasi contemporaneo di Vincenzo Pacioni di cui fu appassionato contraddittore. Visse sul finire e sul principio delle due case regnanti in Toscana, medicea e lorenese.  Autore di tre grossi volumi di “Ricerche Storiche sull’antico stato di mezzo e sullo stato presente della montagna pistoiese”.   La sua autorità, anche se talvolta contestata, consente il formarsi di un’idea storica abbastanza precisa sulle origini e le vicende di quest’antichissimo e nobile paese. [21] - Francesco Mariani, citato dal Cini., nel suo “De etruria metropoli” così scrive: “In Egiptum atque Africam profectos Assyrios gradum fecisse ad nos palam est”. 22] - Dionigi D’Alicarnasso (Vissuto dal 60 all’anno 8 a.C.): “Antichità romane” di cui rimangono 11 libri completi dei 20 originari. Opera storica in cui narrava le vicende di Roma dalla fondazione alla prima guerra punica. [23] - Plinio il Vecchio (Como 23/24 - Stabia 79 d.C.): Famoso naturalista e storico latino, trovò la morte sotto la pioggia di cenere e di lapilli infuocati, durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C .  Nella sua opera “Historia naturalis”, vera e propria enciclopedia in 37 libri, nel libro terzo, trattando di geografia, così scrive: “Umbros exegere antiquitus Pelasgi, hos Lidi. [24] Antica popolazione dell’Italia centrale, scesero in Italia probabilmente all’inizio del I millennio a.C.; si stabilirono in un territorio che doveva estendersi, in origine, dall’Adriatico all’alta e mediavalle del Tevere e, forse, anche fino al Tirreno. Un territorio che via via si restrinse sotto la pressione dei Sabini, dei Piceni, dei Galli Senoni e degli Etruschi. Secondo Plinio furono chiamati Umbri da Erodoto. [25] -lo afferma Domenico Cini citando Francesco Rozzi col suo “Dizionario storico - poetico”. 26] Tommaso Bozo (Gubbio 1548 - Roma 1610): Storico italiano collaborò col Baronio agli “Annales Ecclesiastici”. Autore famoso degli “Annales Antiquitatum”. Nel capitolo terzo del libro “De Italiae Statu” descrive il dominio degli Umbri per tutta l’Etruria e aggiunge “Ab eis umbro, qui agrum senensem interfluit, dictus. [27] -Al capitolo 21 del libro dei “Numeri”, la Bibbia ricorda più volte un fiume che aveva il nome di “Arnom” e che segnava, nella Cananea, il confine di Moab, fra Moab e gli Amorrei. “Perciò è detto nel libro delle battaglie del Signore: Israele invase Uaheb nella regione di Sufa, le valli degli affluenti che formano l’Arnom, tutto il declivio del vallone che solca la contrada e tracciil confine della terra di  Moab”. [28] - Jacques Spon (Losanna 1685): Medico e archeologo Francese, appassionato studioso di Civiltà antiche. Trattato “De aris deorum ignotorum”.  [29] - Il lago Scaffaiolo si trova al limite attuale della parrocchia di Lizzano, a ovest del “Corno alle Scale”, in territorio emiliano. È dominato dal caratteristico “Monte Cupolino”a 1853 metri di altitudine.   

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   Gli Etruschi sii affacciano alla ribalta della storia, già nell’età del ferro; ma la marcia d’espansione della loro potenza cominciò, in sostanza, nel settimo secolo avanti Cristo. Il territorio era suddiviso come in una confederazione di dodici città principali alle quali presiedeva un “Lucumone”,[30] con dignità pari a quella di un Re. Una delle città più potenti fu Fiesole, alla cui giurisdizione dovette appartenere anche la Montagna Pistoiese. Nel VI secolo il dominio degli Etruschi si estendeva già dalla Puglia alle Alpi, e in tutte le regioni occupate essi riproducevano esattamente il modello di vita e la struttura politica. L’invasione dei Greci nel sud della penisola e poi, ai tempi di Tarquinio Prisco IV Re di Roma quella dei Galli a nord, costrinse gli Etruschi a ritornare entro i confini naturali, lasciando fortificazioni sugli Appennini a difesa del territorio Toscano, come una “Linea Gotica” alla rovescia e “ante litteram”. La crescente potenza romana emergente, soprattutto con l’avvento della Repubblica dopo la cacciata dei Tarquini, determinò, per loro, una situazione strategica assolutamente insostenibile. La guerra su due fronti, a nord contro i Galli e a sud contro Roma, per gli Etruschi era insostenibile. Persa, nel 283 avanti Cristo la battaglia del Lago Vadimone [31](e quella, davvero era stata l’ultima spiaggia, dopo due secoli di una serie lunghissima di assedi, battaglie, stragi, sconfitte e vittorie) dovettero, finalmente, accettare le condizioni imposte da Roma e contentarsi di una specie di confederazione e di protettorato romano. 
 I Galli e i confini della Gallia Cisalpina 
[32]- È a questo punto, infatti, che inizia il declino definitivo della Civiltà Etrusca e, per conseguenza, una volta eliminato questo stato cuscinetto, anche lo scontro diretto fra Roma e i Galli. Questi, saldamente insediatisi, ormai, in tutta l’Italia Settentrionale chiamata, perciò, Gallia Cisalpina, (per distinguerla dalla Gallia vera detta “Transalpina”) avevano consentito ai “Liguri Apuani” loro alleati di occupare tutto il territorio, dal fiume Magra fino all’Arno e, insieme, gran parte della Montagna Pistoiese. Nasce con i Galli la storia vera e propria di Lizzano che diventa base d’operazioni militari imponenti condotte direttamente contro Roma, una volta crollata, sotto l’urto delle Legioni Romane, la potenza militare etrusca. Si è scritto più volte che Lizzano fu il paese dei Galli Boi perché qui, dopo gli Etruschi, si erano insediati i “Boi”.33] Non si è mai cercato, però, di mettere in rilievo, (se si eccettua il Silvestri[34]e, forse, lo stesso Cini), che Lizzano fu il paese dei Galli Boi non perché essi vi posero saltuariamente delle basi o per qualche colpo di mano o azioni di “commando” condotte al di quà dell’Appennino in alcune circostanze; ma proprio perché Lizzano e il suo territorio di fatto appartennero, alla Gallia Cisalpina. È evidente che non è facile stabilire fin dove si estendesse la Gallia fra gli Appennini, non avendo mai avuto, forse, una frontiera stabile; ma è certo che tutte le carte antiche segnano tali confini a sud di Lizzano, sullo spartiacque del bacino del Reno.
 Opinioni Contrastanti 
 È Strabone,[35]nel “De Gallia Cisalpina”, che indica tali confini con parole abbastanza precise. Secondo il suo pensiero, basta tracciare una linea retta dal fiume Magra al Rubicone Secondo il Padre Silvestri tutta la forza, a favore della tesi che il territorio di Lizzano fosse incluso nella Gallia, sta proprio in quella “linea retta” che tocca precisamente lo spartiacque del bacino nominato poco al di sopra del 44° parallelo, lasciando nella Gallia tutta l’alta Montagna Pistoiese. Ci si può chiedere solo, se e quando, Lizzano, modificati e resi stabili tutti i confini delle singole regioni, possa essere entrato a far parte della Liguria. Non esiste a questo proposito alcun documento fino ad Augusto e, perciò, si deve fondatamente ritenere che tutto il territorio continuasse a far parte della Gallia fino a quando l’Imperatore, nel riassetto dell’Impero, non lo restituì definitivamente all’Etruria.  È vero che il Pacioni, appoggiandosi al Sigonio,36]afferma che, nell’anno 565 di Roma sotto Fulvio tutta la zona al di qua dell’Appennino fu restituita alla Liguria. Però, l’unica autorità cui entrambi raccomandano la propria asserzione è quella di Sallustio,[37]nella supposizione che Catilina, che non sarebbe uscito dalla Liguria, avesse combattuto nei pressi di Cutigliano. Secondo il P. Silvestri questa supposizione è assolutamente falsa e perciò, come egli argomenta, essendo falsa la base o errata la premessa, cade da se l’edificio e falsa è la conclusione.[38] C’è da aggiungere che l’equivoco nasceva, forse, dalla constatazione che i Liguri s’insediarono effettivamente nell’Appennino Settentrionale, non perché questo appartenesse alla Liguria, ma solo nello spirito dell’alleanza e dei comuni interessi che esistevano fra i “Boi” e i “Liguri”. Aiuto scambievole specialmente in guerra per il raggiungimento dei medesimi obiettivi, reso più facile secondo Tito Livio,39 dalla vicinanza del territorio.  l loro insediamento sulla Montagna Pistoiese si ebbe specialmente quando, cominciando a declinare le fortune militari dei Galli Boi, i Liguri Apuani avvertirono immediatamente la responsabilità di assumere l’onere della guerra contro i Romani, portando i loro attacchi oltre Appennino addirittura nella pianura Padana, per tentare di ristabilire la situazione a vantaggio degli alleati. Per alcuni secoli Lizzano, con le cime dei suoi monti, le valli, le fortezze, la profondità delle selve e, soprattutto, lo spirito particolarmente bellicoso dei suoi abitanti, divenne lo spauracchio e un ostacolo quasi insormontabile per molti Consoli e numerose Legioni della Repubblica. “Sylva erat vasta, (Litanam Galli vocant)”. Con queste parole, nel libro XXIII delle sue “Storie”, Tito Livio c’informa che, nel paese posseduto dai Boi, vi era una selva immensa alla quale essi avevano assegnato il nome di “Litana” o, volgarmente, “Lizzana”. Non esiste alcun dubbio, perciò, che tale selva si trovasse nel paese dei Boi. Esiste il dubbio fra gli scrittori circa la vera ubicazione ed estensione del territorio.
   Ubicazione del territorio
 Molti scrittori esprimono assai chiaramente quest’incertezza. Giovanni Zonara,40] invece, si avvicina molto di più alla soluzione del problema e la sua opinione fa quasi testo fra gli scrittori. Philippe Cluver,[41]conosciuto in Italia come “il Cluviero” (dal suo nome latinizzato), appoggiandosi proprio allo Zonara, afferma esplicitamente che la selva litana si trovasse proprio alle radici dell’Appennino. Holste Lukas [42] pone tale selva poco al di sopra delle sorgenti del fiume Scoltenna, [43
] nei più alti gioghi dell’Appennino Modenese confinante con l’Appennino Pistoiese.  La sola parte montagnosa che arrivi nelle vicinanze di quelle sorgenti è, senza dubbio, quella che appartiene alla terra di Lizzano. Una di queste sorgenti, detta “Dardagna”, scaturisce proprio nei pressi del lago Scaffaiolo, e forse, dal lago medesimo.
Philippe Cluver pone il lago, infatti, nei pressi delle sorgenti dello “Scoltenna” che ritiene tale nome fino a che scorre in montagna. Poi si confonde col Panaro di cui assume il nome, una volta raggiunta la pianura.  La seconda sorgente di questo fiume si chiama “Leo” e si ricongiunge alla prima, vicino ai monti di Lizzano, mentre una terza esce dal lago Santo proprio al confine di un territorio che appartenne, per tutto il Medio Evo, alla comunità di Lizzano. Le testimonianze degli autori su nominati, citati anche dal Cini, sono molto importanti, specialmente quelle dell’Holsten famoso anche per la scrupolosità nell’annotare, in taccuini d’appunti, le molte cose osservate nelle sue ricognizioni nell’Italia Centrale e Meridionale. È intuitivo comprendere che l’esistenza, già nel basso Medio Evo, di due comunità col nome di Lizzano, una nel bolognese l’altra nel versante pistoiese, non poteva aversi altro che con riferimento alla “Sylva Vasta” chiamata dai Galli “Litana”, alle cui vicende e ubicazione non dovette essere estranea neppure l’origine di “Lizzano” in provincia di Forlì.  Quando il Cluverio, appoggiandosi allo Zonara, scrive che la “Selva” si estendeva ai piedi o radici degli Appennini, indica, con evidenza e precisione sufficiente, le località in cui oggi si trovano i due paesi con la stessa identica denominazione,[44] e che probabilmente dovettero delimitare, a nord e a sud, i confini della selva medesima. Rimane da segnalare l’opinione contraria del Repetti. Nel suo “Dizionario Geografico e Storico”, alla voce “Lizzano”, scrive che tale nome non può derivare dalla “Sylva Litana per il solo fatto che essa si trovava fra i Galli Boi”. Non si accorse, oppure dimenticò di apprendere, che Lizzano fu, in realtà, il paese dei Galli Boi non solo, come si è detto, perché occupato a lungo dai Boi, ma proprio perché rientrò “di fatto” nei confini della Gallia Cisalpina. Può darsi che il Repetti abbia pensato, senza dirlo, a un significato d’ordine etimologico, come forse anche il Pacioni e l’estensore seicentesco delle “Memorie della Pieve di Lizzano” conservate, oggi, nell’Archivio della Diocesi a Pistoia. Infatti, alla prima pagina, è possibile leggere, sia pure con notevole difficoltà, queste parole: “Prese il nome di Lizzano per la positura della fortezza sul balzo, a lizzani come ancora detta terra …fabbricata sopra ad una lizza”. C’è da dire che, nelle fortificazioni antiche, la lizza era la denominazione delle palizzate poste all’esterno delle mura o dei castelli e del luogo da esse delimitato. Tale denominazione, quindi, possa essersi estesa anche ai campi in cui si svolgevano giostre e tornei. “Lizzano”, cioè, potrebbe avere avuto il significato etimologico di fortezza, castello, campo trincerato o, più genericamente, luogo recintato dalla lizza.  Più o meno lo stesso significato che gli dà il Pacioni, (come vedremo più avanti), facendolo derivare dal greco “Lithanon”: un termine che potrebbe significare “roccia”“scoglio”.“pietra”. e quindi, nella sua traduzione volgare, indicativo della natura geologica dell’intero territorio dove fu costruito il paese di Lizzano. [45] Sono opinioni rispettabili che non escludono, però, l’origine storica e che avvalorano quelle di tutti coloro i quali, attribuendo al nome origine Celtica, ritengono con certezza che, in realtà, Lizzano non solo perché costruito a forma di castello o fortezza su terreno roccioso o impervio, ma in tutta l’estensione del suo territorio all’interno della “Selva Litana”, fu, in senso strategico, un vero campo vastissimo di lotte, guerre, battaglie memorabili. [46]
                                                                                         
NOTE :-
 18] -Scipione Maffei (Verona 1675 - 1755): “Galliae Antiquitates”. Erudito di vasta dottrina, scrisse di storia, d’archeologia, d’economia, di politica. Fu anche autore drammatico.19] Thomas Dempster (Aberdeenshire 1579 - Bologna 1625): “De Etruria Regali”. Erudito e storico scozzese, può essere considerato il precursore degli studi etruscologi. 20] -Domenico Cini (Cap. San Marcello Pistoiese 1695 - 1772): di nobile famiglia, è scrittore quasi contemporaneo di Vincenzo Pacioni di cui fu appassionato contraddittore. Visse sul finire e sul principio delle due case regnanti in Toscana, medicea e lorenese.  Autore di tre grossi volumi di “Ricerche Storiche sull’antico stato di mezzo e sullo stato presente della montagna pistoiese”.   La sua autorità, anche se talvolta contestata, consente il formarsi di un’idea storica abbastanza precisa sulle origini e le vicende di quest’antichissimo e nobile paese[21] - Francesco Mariani, citato dal Cini., nel suo “De etruria metropoli” così scrive: “In Egiptum atque Africam profectos Assyrios gradum fecisse ad nos palam est”. 2] - Dionigi D’Alicarnasso (Vissuto dal 60 all’anno 8 a.C.): “Antichità romane” di cui rimangono 11 libri completi dei 20 originari. Opera storica in cui narrava le vicende di Roma dalla fondazione alla prima guerra punica. [23] - Plinio il Vecchio (Como 23/24 - Stabia 79 d.C.): Famoso naturalista e storico latino, trovò la morte sotto la pioggia di cenere e di lapilli infuocati, durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C .  Nella sua opera “Historia naturalis”, vera e propria enciclopedia in 37 libri, nel libro terzo, trattando di geografia, così scrive: “Umbros exegere antiquitus Pelasgi, hos Lidi. [24] Antica popolazione dell’Italia centrale, scesero in Italia probabilmente all’inizio del I millennio a.C.; si stabilirono in un territorio che doveva estendersi, in origine, dall’Adriatico all’alta e mediavalle del Tevere e, forse, anche fino al Tirreno. Un territorio che via via si restrinse sotto la pressione dei Sabini, dei Piceni, dei Galli Senoni e degli Etruschi. Secondo Plinio furono chiamati Umbri da Erodoto[25] Lo afferma Domenico Cini citando Francesco Rozzi col suo “Dizionario storico - poetico”. 26] Tommaso Bozo (Gubbio 1548 - Roma 1610): Storico italiano collaborò col Baronio agli “Annales Ecclesiastici”. Autore famoso degli “Annales Antiquitatum”. Nel capitolo terzo del libro “De Italiae Statu” descrive il dominio degli Umbri per tutta l’Etruria e aggiunge “Ab eis umbro, qui agrum senensem interfluit, dictus. [27] -Al capitolo 21 del libro dei “Numeri”, la Bibbia ricorda più volte un fiume che aveva il nome di “Arnom” e che segnava, nella Cananea, il confine di Moab, fra Moab e gli Amorrei. “Perciò è detto nel libro delle battaglie del Signore: Israele invase Uaheb nella regione di Sufa, le valli degli affluenti che formano l’Arnom, tutto il declivio del vallone che solca la contrada e tracciil confine della terra di  Moab”.28] - Jacques Spon (Losanna 1685): Medico e archeologo Francese, appassionato studioso di Civiltà antiche. Trattato “De aris deorum ignotorum”.  [29] - Il lago Scaffaiolo si trova al limite attuale della parrocchia di Lizzano, a ovest del “Corno alle Scale”, in territorio emiliano. È dominato dal caratteristico “Monte Cupolino”a 1853 metri di altitudine. [30] - (latino: lucumo - onis) Supremo magistrato. Esercitava un potere quasi assoluto. Simboli dell’autorità erano lo scettro e i fasci littori, imitati poi anche dai Romani.  [31] - Lago Vadimone: antico nome del Lago di Bassano in Prov. di Viterbo.  32] - Linsieme delle Regioni comprese fra i Pirenei, Il Mar Mediterraneo, le Alpi, il Reno e l’Atlantico. All’epoca della Repubblica, i Romani distinguevano: la Gallia Cisalpina (al di qua delle Alpi, tutta la pianura Padana) o Gallia Togata, conquistata dai Celti verso il 400 a.C. e divenuta provincia Romana due secoli più tardi e la Gallia Transalpina (di là dalle Alpi) o Gallia propriamente detta. Sotto l’Impero, con la denominazione di Gallie, s’indicavano l’insieme delle provincie che formavano la Gallia Transalpina: tre Provincie nell’ordinamento d’Augusto; quindici, ripartite in due Diocesi, sotto Diocleziano . [33] - Galli Boi - Antica popolazione celtica che si era stabilita, in origine, in Boemia.Intorno al 400 a.C. alcune popolazioni scesero in Italia, occuparono l’Etrusca Felsina e ne fecero la loro Capitale . (Bononia, l’odierna Bologna o città dei Galli". [34] - P. Cipriano Silvestri   O.F.M: “Dissertazione storica”- Cap. XII, pag. 39.  [35] - Strabone(Amasia Pontica, 64 - 63 A.C. verso il 21 d.C.): Geografo e storico greco, dimorò a Roma dove ebbe la sua educazione, fra il 44 e il 36 a.C. Nel “De Gallia Cisalpina” egli scrive: “Latus eius in meridiem spectans et Venetorum litore clauditur et montibus Appeninis usque ad Ariminum et Anconem pervenientibus. Ii enim, a Liguria moventes, in Thusciam irrumpunt, angusta dimittentes litora. Dehinc ubi paulatim mediterraneam in regionem secesserint cum ad pisanum consistat, in ortum ad Adriaticum sinum convertuntur usque ad Ariminis et Anconis loca per lineam rectam Venetorum sese littoribus applicantes”.  [36] -Carlo Sigonio (Modena 1524 - 1584)Storico ed erudito italiano. Di lui ebbero particolare fortuna i 15 libri “De regno Italiae” dedicati alla Storia del Medioevo in Italia dal 570 al 1200. [37] - Caio Crispo Sallustio (Amiterno 86 a.C. - 35/34 a.C.): Storico Romano, appartenente a una ricca famiglia plebea, scrisse “La congiura di Catilina” il 43 e il 42, e la “Guerra di Giugurta” . [38] - Secondo il P. Silvestri, lo scontro fra Catilina e l’esercito d’Antonio, guidato da Petreio (Ponte- petri, vale a dire Ponte di Petreio), avvenne nei pressi di Campotizzoro, escludendo tutte le altre ipotesi fatte dal Farinati e dal Pacioni che vorrebbero che lo scontro fosse avvenuto nei pressi di Cutigliano, nel Piano di Malarme. Il Silvestri esclude, parimenti, sia la tesi di G. Villani (Cap. XXXII delle Storie Fiorentine) che pone lo scontro presso Fucecchio sia quella dei vari Salvi, Sozomeno, Fioravanti e Giuseppe Tassinari che vogliono, invece, che la battaglia risolutiva, fra i due eserciti contrapposti, sia avvenuta sul colle di Vaioni presso Pistoia. 39] - Tito Livio (Storico Latino, Padova 59 a.C.- 17 d C.): Il compito che Livio si propose fu la storia di Roma, dalla fondazione della città fino all’Impero di Cesare Augusto. L’opera, iniziata fra il 27 e il 25 a.C., doveva, probabilmente, comprendere 150 libri e finire con l’impero d’Augusto; ma fu interrotta dalla morte dell’autore. Andò, per la maggior parte dispersa. Restano pochi libri[40] -Giovanni Zonara: scrittore Bizantino e dignitario di corte, si fece monaco dedicandosi agli studi. Fu autore di numerose opere giuridiche e teologiche, ma si distinse, soprattutto, per una “Epitome Storica” dalla Creazione del mondo fino all’Anno 1118, valida, specialmente, per le notizie relative al suo tempo e per l’indipendenza dei suoi giudizi. L’Epitome servì da modello agli storici successivi bizantini e slavi ed è una delle fonti più serie a nostra disposizione.   Zonara morì sul Monte Athos, presso Salonicco, nell’Anno 1130. [41] -Philipp Cluver (Danzica 1580 - Leida 1622)Nel suo “Italia antiqua”, nel libro primo così scrive: “In Boiis fuisse Litanam Sylvam satis certum est; at quo tractu id plane incertum. In Appennini tamen radicibus fuisse ex Zonarae Annalibus perspicitur.”La posizione della Selva alle radici degli Appennini significa solo una cosa e cioè che essa si estendeva nei due versanti, emiliano e toscano, dell’Appennino”. [42] - Holste Lukasconosciuto col nome di Holstenio (Amburgo 1596 - Roma 1661): Nelle sue “Annotationes” all’“Italia Antiqua” di Philipp Cluver, così scrive: “Lithana Sylva paulo supra fontes Scultennae, in Iugo Appennini, inter Cerfinianum et Mutinam”. [43] Scoltenna: - è il nome dato a un tratto del corso superiore del fiume Panaro, da Pievepelago a Montespecchio. Vi confluisce il torrente Leo che riceve, a sua volta le acque del Dardagna. Nasce presso la Foce del Giovo a 1510 mt. d’alt., con il nome di Rio delle Tagliole, ed è alimentato dalle acque dei laghetti Baccio e Santo. Scrive il Cluverio: “Lacus tamen duo extant circa Panari fluminis fontes, quorum alter lago Batignano alter Lago Scaffaiolo incolsi vulgo dicitur”. Negli ultimi anni del suo regno, Rotari vi sconfisse i Bizantini nel tentativo di consolidare il dominio dei Longobardi. [44] Lizzano Pistoiese e Lizzano Belvedere in prov. di Bologna.[45]  C'è da registrare anche l’opinione di un certo Don Pacchi del 1889, “Memorie Storiche di Lizzano”, com’è possibile apprendere dal bollettino storico “La Musola”, n° 20 del 1976 di Lizzano Belvedere: “… A me parrebbe doversi pensare che Lizzano venga da un cognome d’una famiglia LIZZANI, la prima forse che si stabilisse in questi luoghi, essendo manifesto che non poche città, villaggi e castella ripetono il loro battesimo appunto da un nome o da un cognome d’un fondatore, o primo abitatore di essi.”.  Quantoall’ubicazione della medesima “Sylva”, com’è riportato nel medesimo numero de La Musola, Don Pacchi scrive ancora che detta “Sylva” era una boscaglia grossa e fitta estendentesi dal fiume Sela fino al versante toscano nei pressi di Cutigliano e di Lizzano Tosco”. [46]  Possiamo, però, domandarci: ma perché i Galli avevano chiamato quella selva, Litana? Mi sembra interessante l’ipotesi suggerita da B.H. Jòn e riportata da Giorgio Filippi nel suo “La Silva Litana”, a pag. 13, con gli “Scritturini della Musola”, n° 10 Lizzano in Belvedere. L’autore, dopo avere scartata come “non molto verosimile “ l’ipotesi che all’origine del termine “Litana” possa esserci la “dea Litavis o Litava oppure Litana che custodiva la fonte da cui sgorgava il fiume degli inferi Lethe e che dava ai defunti l’oblio del passato” alla quale le popolazioni celtiche avrebbero dedicato la foresta dopo il massacro delle legioni del Console Postumio, passa ad esporre una diversa ipotesi. Questa: “Si sa che presso gli antichi Romani esistevano sacerdoti, detti auguri, che interpretavano la volontà degli dei osservando certi segni e particolarmente il volo degli uccelli. Per questo scopo l’àugure cominciava col fissare lo spazio entro il quale limitare le osservazioni e lo determinava “tagliando” l’aria con un bastone. Quest’operazione fu chiamata templum da un’antica radice TEM = tagliare (G. Devoto, Diz. Et.). Il termine poi passò a indicare anche il luogo sacro (e sono arrivate fino a noi le parole tempio e contemplare). Il bastone usato dall’àugure per il rito della delimitazione dello spazio, doveva essere senza nodi e curvo in alto (baculus sine nodo adunctus, dice Livio) e veniva detto lituus o lituum. I Romani conservavano gelosamente il lituo che Romolo, secondo la tradizione, aveva usato per la fondazione della città. Gli àuguri romani usavano sempre il lituo che però in età imperiale assunse nella curvatura la forma della spirale. La stessa forma che vediamo oggi nel bastone pastorale dei nostri vescovi. Secondo i Romani antichi lo strumento, come il rito, aveva origine etrusca, ma è molto diffuso e documentato anche presso le popolazioni italiche (G. Devoto, Gli Aantichi Italici, 1967, pag. 220, per le quali probabilmente aveva in origine il valore di insegna di un grado di magistratura. Il sostantivo lituusa sua volta appare legato al verbo litareche vul dire, appunto, “ottenere presagi favorevoli” e anche “sacrificare”, corrispondente al verbo greco litàino = supplico. Anche l’italiano antico aveva un verbo litare (far sacrificio profittevole), usato pure da Dante, dal quale sono derivate le nostre litanie. Lituus e litare sono evidentemente voci d’origine antichissima, presenti in Italia prima della diffusione della lingua latina e legate strettamente a riti religiosi. Mi sembra perciò lecito supporre che litanus sia un aggettivo utile a indicare il luogo dove si facevano sacrifici (litare) e dove si usava il lituo. Se i Galli chiamavano litana quella selva, vuol dire che in quella selva avevano i loro luoghi sacri; che erano appunto i templi di cui ci narra Tito Livio, e quel maggior tempio dove fu collocata la testa mozza del povero Lucio Postumio Albino. Sappiamo che le tribù galliche arrivarono in Italia senza un proprio tipo di scrittura, e che adottarono molti vocaboli le popolazioni con le quali vennero a contatto. Probabilmente, chiamando ì la loro selva. "
sacra", i Galli usavano un termine preso in prestito dai liguri o dagli Etruschi ”. Quindi , Lizzano come terra “Sacra".
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” CAPITOLO IV - 
 L’attacco alla potenza di Roma, emergente vittoriosa dal secolare duello con gli Etruschi, fu portato prima dai Galli Sennoni [47] che investirono e saccheggiarono la stessa città e poi, (dopo la loro distruzione a Senigallia per opera del Console Marco Lepido), dagli stessi Galli Boi coalizzati con altre forze fatte affluire dalla Gallia. Il loro maggiore successo, rispetto ai cugini della Gallia Togata, fu dovuto soprattutto alla disponibilità, sull’Appennino Centro-Settentrionale, di strade sufficientemente ampie per il passaggio di grossi eserciti e che assicuravano continui collegamenti con le retrovie, all’interno del loro territorio. La loro improvvisa comparsa in Etruria aveva determinato una serie di scontri violenti e vittoriosi con l’esercito romano, generando notevoli preoccupazioni nel Senato e nelle Autorità Consolari. Fu il Console Emilio che riuscì ad agganciarli, accerchiandoli, e a distruggere quasi completamente le loro forze nei pressi di Talamone. Un aiuto insperato, però, gli era venuto dal Console Attilio Regolo, sbattuto sul litorale vicino Pisa mentre ritornava con le legioni dalla Sardegna. Il Console Emilio, attraverso i monti dell’Appennino, riuscì a inseguire i pochi superstiti fin dentro il loro territorio. Secondo Polibio [48]l’inseguimento si svolse attraverso il territorio dei Liguri per concludersi in quello dei Boi. Andare dall’Etruria nella Gallia Cisalpina, attraverso il territorio dei Liguri, significa solamente, avendo presenti quelli che erano allora i confini della Liguria, che il Console Romano si contentò di inoltrarsi appena, oltre i confini liguri, nella Selva Litana ossia nel territorio lizzanese.  Anche se volessimo spostare più a nord quei confini che vedemmo corrispondere, approssimativamente, secondo Strabone, al 44ø parallelo, il Console Emilio poté varcare i passi appenninici solo attraverso le uniche strade che, passando per il territorio di Lizzano, andavano direttamente nella pianura Padana. In ogni modo, quello fu il primo dei fatti sicuri che a partire dall’anno 227 avanti Cristo, cominciò ad interessare direttamente il territorio che poi, nel Medio Evo, appartenne, di diritto e di fatto, alla comunità di Lizzano.
 L’altro avvenimento storico importantissimo che interessò da vicino il territorio fu l’invasione della Penisola da parte d’Annibale. [49]L'occupazione di tutta la Gallia Cisalpina e di molto territorio della Liguria da parte del Cartaginese si era conclusa abbastanza rapidamente, appena effettuato il passaggio delle Alpi e sconfitti i Romani al Trebbia e al Ticino.  Il passaggio dell’Appennino, però, ritenuto forse più facile dopo l’impresa sulle Alpi, era stato rimandato alla Primavera, dopo che il primo tentativo era stato frustrato da una violenta tormenta di neve. Annibale, costretto a tornare sui suoi passi, aveva posto gli accampamenti nei pressi di Piacenza dopo uno scontro violento col Console Sempronio. Il console romano ebbe soltanto la possibilità di riparare, poi, con le Legioni disfatte, dentro Lucca. Secondo Tito Livio, mentre Sempronio raggiungeva Lucca, Annibale andò ad accamparsi tra i Liguri.[50] Per chiarire il pensiero dello storico latino conviene vedere in quale parte di Liguria si recasse il Cartaginese e che strada tenesse Sempronio per portarsi a Lucca, nonostante l’Inverno. È certo che il Duce cartaginese, secondo la maggioranza degli autori di storia antica, si sia trasferito in quella parte di Liguria vicino Piacenza dove si era verificato il combattimento. Infatti, sono molti gli scrittori antichi che assegnano alla Liguria, invece che alla Gallia, il territorio di Piacenza. Basti citare, per tutti Philipp Cluver. Nel libro terzo della sua “Geografia” scrive chiaramente che la Liguria si estende fino al Po e a Piacenza.[51.   A Sempronio non rimase altro che seguire la via dell’Appennino, perché solo qui esistevano strade adatte a un esercito. Se, in ogni modo, formuliamo l’ipotesi di un’altra strada che immettesse dalla pianura Padana nell’alta Garfagnana oppure in Lunigiana, l’accesso, evidentemente, sarebbe stato sicuramente impedito dalla presenza dell’esercito cartaginese. Unico modo di sfuggire ad Annibale non poteva essere altro che quello di risalire ai passi appenninici del territorio lizzanese, affrontando le insidie eventuali dei Galli nascosti nella Selva Litana, e scendere, poi, nella vallata del fiume Lima. Fu nella Primavera inoltrata del 217 a.C. che il Cartaginese decise di rompere gli indugi e di approfittare delle scorte di Liguri e di Boi messi a sua disposizione, per riprendere la traversata dell’Appennino ormai libero dalla neve. D’altra parte, le notizie sempre più frequenti che l’esercito romano del Console Flaminio, riunitosi nel frattempo a Sempronio, si andava concentrando nei pressi di Arezzo, lo spronavano ad anticipare il momento di uno scontro risolutivo che, in caso di vittoria, gli avrebbe aperto quasi certamente la via verso la Capitale.
 
 
 Le opinioni circa il luogo di tale traversata divergono assai: c’è chi lo fa scendere nella vallata del Serchio, dopo avere attraversato le Alpi di San Pellegrino e della Garfagnana; chi lo fa arrivare nei pressi di Fiesole, dopo avere superato l’Appennino Bolognese; chi lo fa entrare nella Gallia Togata (al di sotto del Rubicone) per scendere in Toscana dalle Marche. L’opinione più rispondente al vero sembra, però, quella riportata dal Cini,[52] che il passaggio avvenisse nell’alto Appennino Pistoiese appartenente al territorio di Lizzano. Infatti, come il Cini, sembrano pensarla tanti altri scrittori, fra i quali anche il Villani,[53] secondo il quale Annibale scese gli Appennini fra Modena e Pistoia.[54] Le paludi incontrate furono, senz’altro, quelle della pianura di Firenze fino oltre Signa, per lo straripamento frequente dei Fiumi Arno, Ombrone e Bisenzio. Analizziamo, infatti, quello che scrivono autori classici come Cornelio Nepote, Polibio e Tito Livio. Da Cornelio Nepote si apprende, chiaramente, che l’esercito cartaginese passò l’Appennino dalla parte del paese posseduto dai Liguri e che le difficoltà non furono meno gravi di quelle affrontate nel passaggio delle Alpi. Ci rimise, per giunta, anche l’occhio destro.[55] Polibio: “Superati gli Appennini, il Cartaginese, attraverso il paese dei Liguri e le paludi dell’Arno, arriva in Etruria”.[56]Se si riflette che la Liguria cominciava approssimativamente all’altezza del 44° parallelo, si comprende facilmente che Annibale non poteva provenire altro che dalle strade che, attraverso la “Selva Litana”, portavano dalla pianura Padana alla vallata dell’Ombrone e dell’Arno. Ricordiamo ancora che egli si servì proprio della scorta di Galli Boi e di Liguri, i soli pratici dei luoghi perché da loro abitati. L’autorità di Tito Livio è, in ogni modo, indiscutibile. Egli scrive che, pur essendoci state vie più facili anche se più lunghe, preferì quella più corta, anche se meno agevole, per le difficoltà del terreno e le inondazioni, maggiori del solito, cui andavano assoggettate, a primavera, le terre adiacenti all’Arno.[57]Nonostante il trascorrere dei Secoli, pur essendo mutate sicuramente alcune condizioni ambientali, non è difficile neppure oggi, specialmente dopo piogge prolungate oppure lo scioglimento delle nevi a Primavera, vedere la pianura pistoiese inondata e invasa dalle acque fin quasi a Firenze, con difficoltà e disagi notevoli anche per il traffico moderno. Tali difficoltà, che si aggiungevano a quelle del passaggio degli Appennini, dovettero essere notevoli per Annibale; ma, come ci dice, appunto, Tito Livio, egli le preferì perché gli consentirono una via ed un tempo più breve per attaccare di sorpresa gli eserciti coalizzati di Flaminio e del Console Sempronio a lui riunitosi, dopo la salutare sosta invernale a Lucca. Le ipotesi diverse, sopra accennate, circa un’altra strada per entrare in Etruria, non sembrano corrispondere alle descrizioni di questi storici famosi. La via attraverso la Gallia Togata, (certamente la più facile attraverso il paese amico dei Galli Sennoni, per arrivare a ridosso dei Romani dai monti del Casentino), era senza dubbio da scartare perché troppo lunga. Così pure quella che, eventualmente, da Bologna poteva arrivare a Firenze per i monti del Mugello, se si tiene conto che il passaggio avvenne attraverso le paludi formate dall’Arno. È da scartare anche la via della Lunigiana per il fatto indiscutibile che la strada costiera fu costruita successivamente, ai tempi della guerra con i Liguri, dal console Sempronio. Fu poi il Console Emilio Scauro, molto più tardi, che aprì la strada tra Lucca e Luni e successivamente tra Genova e Tortona. Risulta, d’altra parte, che Annibale si accostò al mare solamente dopo la battaglia del lago Trasimeno. Polibio, infatti, c’informa che, prima di allora, dopo l’invasione dell’Italia, Annibale non si era mai avvicinato al mare nonostante il suo desiderio di poter inviare a Cartagine una relazione sull’andamento della guerra.[5Unica ipotesi possibile, in alternativa a quella dei monti lizzanesi, poteva essere il  passaggio attraverso le Alpi di San Pellegrino e la discesa nella vallata del Serchio per entrare nelle paludi di Fucecchio. Nonostante, però, il verificarsi d’alcune circostanze, offre, però, non pochi spunti alla critica. Tale via non sarebbe stata quella più breve. Forse era inesistente perché fu fatta otto secoli dopo e intitolata, proprio, a San Pellegrino.  Poteva esistere la possibilità di una “carreggiata”; ma non sarebbe stata in ogni modo praticabile da un esercito imponente come quello cartaginese, anche tenendo conto del precedente passaggio delle Alpi. C’è da considerare che i monti attraversati erano, e sono ancora oggi, i più alti e scoscesi di tutto l’Appennino. Non si comprenderebbe nemmeno perché, i su nominati scrittori, non avrebbero rammentato, nel racconto, città importanti come Lucca, Luni, Pisa, eventualmente attraversate, allo stesso modo che rammentano Fiesole e Arezzo verso le quali era diretto il Cartaginese.[59] L’ipotesi più valida favorisce, perciò, il territorio di Lizzano perché, come già si è detto: a) consentiva un itinerario più breve anche se difficile;b) immetteva direttamente, attraverso il territorio dei Liguri, dentro le paludi della pianura pistoiese;c) era conosciuto meglio dai Boi e dai Liguri che erano stati scelti come guide.[60] È evidente, pertanto, che la nuova vittoria colta da Annibale sulle sponde del lago Trasimeno, contro un esercito incredibilmente timoroso e impacciato e ancora alla ricerca di posizioni strategiche più idonee ad affrontare il duello mortale col terribile avversario, trovava le premesse già nelle temerarie concezioni tattiche e strategiche che spingevano il Duce Cartaginese a scegliere sempre, prima dei rovinosi ozi di Capua, le vie impensabili dell’ardimento e del sacrificio.  

Correva l’anno 536 di Roma e mancavano ancora 217 anni all’inizio dell’ERA Cristiana.
 
=NOTE-:

47 Galli Senoni: Anch’essi d’origine celtica, intorno al 400 a C. si stabilirono in Italia tra Rimini e Ancona. Con le loro scorrerie costituirono una continua minaccia per i Romani, per oltre un Secolo. [48] - Polibio (Megalopoli 203 - 120 a.C. circa): Storico greco insigne, la sua fama è legata, soprattutto alla parte che rimane delle Storie (Historia), divisa in quaranta libri di cui restano solo i primi cinque. La narrazione dei fatti politici e militari è rigorosa, dotata di tutti i dati necessari per bene intenderli. Relativamente al fatto ricordato egli scrive: “Dux Romanus collecta spolia Romam misit; praedam iis reddidit a quibus fuerat abacta. Ipse cum utroque exercitu, secundum Liguriae fines iter faciens, in Boiorum agros irrumpit.”. nPolibio è citato spesso da Domenico Cini nel suo libro “Osservazioni storiche sopra l’antico stato della montagna pistoiese”.   [49] -Annibale (247- Bitinia 183 a.C.): Generale ed uomo politico Cartaginese, figlio d’Amilcare Barca. Fu educato a un odio feroce verso i Romani.Ardita e temeraria l’invasione dell’Italia. È da considerarsi come uno dei più grandi Generali della Storia. Fu anche grande uomo politico. Morì presso Prusia di Bitinia nel 183 a.C., essendosi avvelenato per non cadere vivo nelle mani dei Romani. [50] - Tito Livio lib. 21: “Secundum eam pugnam Annibal in Ligures, Sempronius Lucam concessit.  51]Liguria inter Varum et Macram amnes mareque Ligusticum ad Padum et ad Placentiam usque porrecta est”.  [52] - Domenico Cini: op. citata. [53] -Giovanni Villani (cronista italiano, Firenze 1276 - 1348 circa). La sua “Cronica” si distingue in due parti: i primi sei libri, in cui è trattata la storia universale senza un vaglio critico delle fonti, e i libri dal settimo al dodicesimo in cui riferendosi a fatti recenti, sia dell’Italia sia dell’Europa, è più attento e scrupoloso nelle annotazioni che si riferiscono non solo all’Italia ma anche all’Europa intera. [54] - G. Villani: lib.1, cap. 43 della sua “Cronica”[55] - Cornelio Nepote: Storico latino (Gallia Cisalpina 99 a.C. circa - 24 a.C.). È famoso per la sua opera “De Viris Illustribus”, in 16 libri, comprendente la vita di uomini famosi. Sono giunti a noi il libro “Sui Comandanti Illustri di Popoli Stranieri”, contenente diciannove biografie di capitani greci e di un asiatico; le vite di Amilcare e di Annibale, quelle di Catone e di Attico e due frammenti di una lettera di Cornelia a Caio Gracco. Il Cini lo cita per questo passaggio riferentesi ad Annibale nel quale si narra della perdita dell’occhio destro durante la traversata dell’Appennino: “Inde per Ligures Appenninum transit petens Etruriam; hoc itinere adeo gravi morbo afficitur oculorum, ut postea numquam dextero aeque bene usus sit”. [56] - Polibio:(citato dal Cini)- Superatisque Appennini iugis, per Ligures ea via, qua ad paludes, ac planitiem fluminis Arni est iter, in Etruriam descendit.

 [57]- Tito Livio (libro 22): “Annibal profectus ex hibernis, quia iam Flaminium Consulem Arretium pervenisse fama erat, cum aliud longius, coeterum commodius ostenderetur iter, propriorem viam per paludes petit, qua fluvius Arnus per eos dies solito magis inundaverat. [58]Polibio (Citato dal Cini)-“Nam ante illum diem, ex quo Italiam erat ingressus, ad mare numquam accesserat”. [59] - Tale opinione è riportata e fatta propria da Domenico Cini, nel suo già citato a pag.62 e, 63. 

60]-[ - Lorenzo Borri, nel suo “Cutigliano” stampato a Pistoia nel 1901 scrive a questo proposito: “… Si rileva, infatti, dagli scrittori che Annibale sarebbe passato, per recarsi in Toscana da Piacenza, per l’Appennino che sta tra Modena e Pistoia e anche, secondo Tito Livio, i conduttori di Annibale attraverso i gioghi dell’Appennino sarebbero stati i Galli Boi. Ora, come varie volte ho detto, i Galli Boi abitavano sul nostro Appennino la zona della Sylva Litana; e se si considera, e lo si verifica sulle carte, che il Passo della Calanca sta proprio a cavaliere di quei gioghi appenninici sui quali, di qua, si trova il Lizzano nostro e, nell’opposto versante, il Lizzano in Belvedere, che erano come i capoluoghi della Massalizzano del Medio Evo (la stessa opinione del sottoscritto), il che è quanto dire della regione occupata in antico dalla Sylva Litana, la critica storica porterebbe veramente suffragio a ciò che è tramandato fino a noi per tradizione popolare, che, cioè, per il Passo della Calanca passasse Annibale con la sua Armata

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 La disfatta subita, in Puglia, dall’esercito romano che, a Canne,[61] era volato in pezzi sotto l’urto dell’armata cartaginese, aveva costretto Roma a correre ai ripari, a dichiarare lo stato di pericolo, a creare nuovi Consoli, a cercare di raccogliere intorno alle mura della Capitale la maggior parte delle legioni ancora disponibili, nella presunzione, fondatissima, che ad Annibale non rimanesse altro che l’attacco diretto al cuore stesso dell’odiato avversario. Furono eletti Consoli Tito Sempronio Gracco e Lucio Postumio Albino.  Quest’ultimo, con le sue legioni, stava presidiando la Gallia Cisalpina assolutamente infida dopo il passaggio e le vittorie d’Annibale.  Un esercito di venticinquemila uomini (a tanto ammontavano le forze di Postumio) in quel particolare momento, era, però, più necessario a Roma minacciata direttamente dal Cartaginese che non in mezzo a popolazioni, come i Galli Boi certamente insicure, che non offrivano, comunque, motivo di preoccupazione maggiore, dopo le passate sconfitte, di quella rappresentata dall’armata punica. Il fatto che Annibale avesse trovato in loro un appoggio e basi importanti, come l’aiuto necessario a superare l’Appennino, nella “Selva Litana”, portava il Senato della Repubblica a riconsiderare tutto il problema della sottomissione dei territori occupati alla luce degli ultimi avvenimenti e a rimandare a tempi migliori la sua soluzione.   In ogni modo, era necessario che, in quel  gravissimo momento, [62] il nuovo Console dovesse rientrare a Roma per prendere possesso dell'incarico ricevuto.
   L’improvviso movimento delle Legioni non passò inosservato fra le popolazioni della Gallia. Un attacco, a sorpresa, portato alle spalle, in quelle condizioni di necessità e, in sostanza, di ritirata sia pure strategica, nel luogo più adatto e più insidioso da loro liberamente scelto, avrebbe potuto dare finalmente una speranza concreta ai sogni a lungo coltivati di una rivolta generale e di una riscossa. La scelta del luogo non fu difficile. il passaggio dell’Appennino doveva avvenire, obbligatoriamente, attraverso la strada che era stata già percorsa da Annibale. Una strada immersa completamente nel folto della “Selva” che essi avevano chiamato “Litana”.[63] In questa “Selva” tesero l’agguato e aspettarono il passaggio del Console e del suo esercito. Era l’anno 216 avanti Cristo. Cioè, l’anno successivo alla battaglia del lago Trasimeno. Il gioco, secondo Tito Livio, fu facile: incisero, ai due lati della strada, gli alberi più grossi, in modo che, solamente una spinta bastasse a farli cadere sul selciato. Appostati dietro ad ogni albero, nel folto del bosco, aspettarono il passaggio delle due Legioni.[64] Il trucchetto, veramente diabolico, sortì il suo effetto: gli alberi si abbatterono improvvisamente, e tutti insieme, sulla colonna in movimento e quelli che non morirono subito furono ammazzati dai Galli, sbucati immediatamente con lance e spade. Un massacro atroce.  Solo pochi superstiti riuscirono a fuggire insieme con Postumio e a tentare di mettersi in salvo, oltre un ponte su di un fiume vicino, le cui sponde, per altro, erano state precedentemente occupate dagli stessi Galli. Essi, pertanto, avevano chiusa, già in precedenza, qualsiasi possibilità di salvezza a coloro che eventualmente fossero scampati all’eccidio.[65] Il Console Postumio cadde combattendo valorosamente, ma, poi, ebbe troncata la testa che, scavata e guarnita d’oro, fu portata in un Tempio e adoperato, come vaso, dai sacerdoti, nei loro sacrifici. Quasi tutti gli scrittori, e in particolare il Cini,[66] collocano gli avvenimenti riferiti nel territorio di Lizzano non solo perché, come già si è visto, la Selva Litana comprendeva anche questa parte meridionale della Gallia Cisalpina; ma soprattutto perché, certi toponimi ancora oggi esistenti, fanno corrispondere i luoghi con le descrizioni storiche che fanno degli avvenimenti specialmente Tito Livio e Frontino.
[67 Il nome “Lancisa”, frazione di Lizzano, si può ricollegare al fatto della “incisione” o “tagliata” d’alberi che servì ai Galli per preparare l’agguato.[68]  Lancisa è il nome d’oggi; ma anticamente era chiamata “Incisa” e poi, volgarmente, “Ancisa”, come rilevasi anche dall’iscrizione posta su di una campana della Chiesa che porta la data del milleottocentoventi.[69]  Nei pressi, sotto il paese di Spignana, scorre un torrente o fiume attraversato da un ponte, ora nuovo ma ricostruito (sembra) anche con pietre tolte dal ponte antico che, talvolta, (in condizioni di particolare siccità), in località chiamata significativamente “le Colonne” riaffiora in alcuni suoi elementi.[70]Ancora oggi la zona è indicata col nome di “Chiusa Galli”. Lì, appunto, lo sfortunato Console andò a sbattere, nel vedersi preclusa ogni via di salvezza.[71] Vicino al ponte che attraversa il “Verdiana[72] esiste una selva chiamata “Case Ferri” [73] e tutti gli abitanti sostengono da sempre, per tradizione, che lì esistesse un  tempio pagano. Il nome “Ferri”, certamente molto corrotto, per la sua radice fa pensare immediatamente alla Dea Feronia venerata, appunto, nelle selve e nei boschi. I Galli potrebbero aver portato, proprio in quel tempio, la testa del povero Postumio.  
La notizia del massacro fu portata a Roma da alcuni superstiti sfuggiti miracolosamente all’accerchiamento. La disperazione e le ripercussioni furono enormi. Si sospesero i giochi, si chiusero le taverne, si proclamò un lutto di tre giorni.  L’urgenza di una pronta ritorsione e, quindi, della necessità di risolvere, in modo definitivo, anche il problema dei Galli, rese più drammatico lo stato d’emergenza costituito, ancora, dalla presenza d’Annibale. Gli indugi, le paure, gli “ozi di Capua” del Duce Cartaginese risultarono, in ogni modo, provvidenziali. Prima sotto il consolato di Valerio e, poco tempo dopo, sotto Tito Sempronio, i Galli furono affrontati nella “Selva” e accerchiati. Ne furono uccisi undicimila e pochi soltanto riuscirono a salvarsi oltre Appennino.
[74] Non stettero molto a tornare nell’antico territorio; ma affrontati di nuovo dal Console Valerio ne furono trucidati altri ottomila. I morti di Lancisa erano così vendicati. Annientati e dispersi, i “Boi” superstiti riuscirono ancora a trovare la salvezza nella profondità del loro territorio. Non è difficile, oggi, riconoscere, in alcuni tratti dell’Appennino Lizzanese, tracce d’antiche strade sicuramente romane. Tali strade, anche in seguito alla vicenda delle Legioni di Postumio, divennero famose per le insidie che era facile tendervi, come dimostrerà anche Cicerone nella “Filippica” contro Marco Antonio.

[75] Egli parla, appunto, dei pericoli cui erano sottoposti coloro che si dovevano recare a Modena, ed è costretto, lui medesimo, a rinunciare a un tale viaggio proprio per paura delle insidie che gli potevano essere tese lungo le strade che attraversavano l’Appennino. Si può affermare che l’occasione, per i Galli, di tendere imboscate nella “Selva Litana” era dovuta al fatto che le strade che la solcavano e che permettevano le  comunicazioni fra Nord e Sud, erano di scelta obbligata per i grossi eserciti che avessero avuto fretta di raggiungere i propri obiettivi. Per i Boi, perciò, restava facile calcolare i tempi e i luoghi dove portare i loro attacchi. La possibilità, per loro, di controllare tutti gli accessi e la conoscenza che possedevano d’ogni metro quadrato di un terreno senza dubbio aspro ed impervio, rendeva sempre problematico ed incerto il transito sia di singole persone sia d’interi eserciti. L’importanza strategica dovuta all’ubicazione della famosa “Selva”, determinò sicuramente in modo graduale, negli anni e nei secoli successivi, anche per i ricordi tanto drammatici ad essa legati, la notorietà di tutto il territorio. Fu proprio il re Astolfo dei Longobardi che, nel 753 d.C., (come vedremo) indicò questo territorio col termine nuovo di “Massalizanum”, quando lo assegnò, in dotazione, al cognato, Duca del Friuli. Un territorio che, per tutto il basso e alto Medio Evo, conservò quasi gli stessi confini della “Selva”, se teniamo conto che questi confini, ancora nel 1420, erano estesi fino al Frignano.  

Nonostante la colonizzazione romana avvenuta ai tempi di Silla, mentre nascevano le comunità di Gavinana, Marcello, Mammiano, Spignana, Cutigliano e quelle oggi scomparse di Vagliappi, Mavigliana, Fatini, Pertini, (tutte con denominazioni di famiglie o coloni romani) solo Lizzano e Lancisa conservarono il loro nome più antico legato al suo territorio e a vicende tanto tragiche.
 
NOTE:-

[61] -Antica città dell’Apulia, sulla riva destra dell’Aufido (od. Ofanto). La battaglia si svolse nel 216 a.c., e la sconfitta fu una delle più gravi e sanguinose che i Romani abbiano subito nel corso della loro storiaVi morì anche il Console L. Emilio Paolo. La colpa fu fatta ricadere, soprattutto, sull’altro Console, Terenzio Varrone, considerato un demagogo presuntuoso e un generale avventato. Quella d’Annibale fu un modello di strategia militare che, però, il Cartaginese non volle, oppure, non seppe sfruttare adeguatamente. 

[62] -Tito Livio: “Historiae”, lib. 23 citato anche da D. Cini a pag.. 68 e seguenti nel suo “Osservazioni Storiche”, già citato.

 [63] - Tito Livio: “Sylva erat vasta”(Litanam Galli vocant )[64] - Tito Livio: “ qua exercitum traducturus erat, eius sylvae dextera, laevaque circa viam Galli arbores ita INCIDERANT, ut immotae starent, momento levi impulsae occiderent”. 

 [65]Tito Livio“... paucis e tanto numero captis, qui pontem fluminis petentes, obsesso ante ab hostibus ponte, INTERCLUSI SUNT. Ibi Postumius omni vi ne caperetur, obnixus occubuit. Spolia corporis, caputque ducis praecisum Boii ovantes templo, quos sanctissimum est apud eos, intulere; purgato inde capite, ut mos iis est, caulam auro caelavere. Idque sacrum vas iis erat, quo solemnibus libarent: poculumque idem Sacerdoti esse, ac templi Antistitibus.  [66] - Domenico Cini: op. citata.  [67]  -Sesto Giulio Frontino, funzionario e scrittore tecnico romano (30 - 103 d.C.). Fu anche Console per tre volte, valoroso generale ed esperto conoscitore degli argomenti trattati.Scrisse un trattato di agrimensura (gramatica), un trattato di arte militare e un elenco di strattagemmi escogitati da generali greci e romani (Strategemata). Nel lib. 1 al cap. 6. num.4, così scrive: “Boii in Sylva Litana, qua transiturus erat noster exercitus, succiderant arbores, ita ut ex parte exigua sustentatae starent, donec impellerentur; delituerant deinde ad extremas ipsi, ubi, ingresso sylvam hoste, proximas ulteriores impulerunt: eo modo propagata pariter supra Romanos ruina, magnam manum eliserunt.   [68] - Vedi sopra Tito Livio“… Galli Arbores ita inciderant. "  [69] - Questa l’iscrizione: “A. D. M.D.C.C.C.X.X. – Fatta dal popolo della Ancisa - G. Battista Terzo Ravanelli Pistoia Fonditori.  [70] - D. Cini, op. Citata, a pag. 75: “… in questo posto si verificano tutte le circostanze scritte da Livio, mentre appunto nella parte inferiore, e quivi vicino, scorre il fiume Verdiana, sopra il quale non molto discosto ed alla sboccatura appunto di quelle profonde valli, si arguisce che fosse il ponte accennato da Livio, poiché alcuni anni or sono, in occasione di una grande piena venuta in detto fiume, rimase scoperto un pilastro di un ponte sotterrato per molte braccia, dalla cui struttura formata di grosse e riquadrate pietre, nelle commettiture delle quali erano lamine di ferro, si conobbe, che era molto antico. Ed al giorno di oggi non se ne vede se non un piccolo frammento spogliato di pietre, per essere state queste impiegate ne i pilastri del ponte moderno. In oltre presso Chiusa Galli non solo è costante tradizione che vi sia stato un antico Tempio, ma anche se ne vede al pari del suolo pure qualche ombra di vestigio. [71] - Vedi sopra op. citata di Tito Livio: “… interclusi sunt”.  [72] D. Cini, op. citata al cap. XII: “Passiamo ora ad osservare alcuni fiumi della Montagna Pistoiese che ancora ritengono il nome di qualche Deità … Primieramente il fiume Verdiana , o Verdiano, che nasce in Mandromini comune di San Marcello, fa conoscere dal nome che porta, la sua consacrazione al Dio Viridiano, adorato precisamente dagli antichi Etruschi, e non da altre Nazioni, come avverte il Demstero nel lib. 1. Cap. 15 de Etruria Regali dicendo: Praecipua veneratione quosdam Deos Thusci colebant, qui cum nulla alia gente communes. E quì nomina quali furono, riponendo tra essi Viridiano”. Relativamente all’altro fiume o torrente, chiamato “Volata” che scorre nel territorio di Lizzano, il Cini così continuaNel comune di Lizzano nasce e scorre il fiume Volata, il di cui nome indica averlo ricevuto dalla Dea Vola, o Volumna, una delle più antiche Deità venerate dai Toscani; la quale, anzi, vien creduto che presiedesse alle Fortezze, Torri e città, dicendo di essa il Volterrano nel 5 della Geografia: Thuscos veteres Vola oppidum aut Arcem vocasse indicant multa apud eos Vuolsinii, Volcoe, Volae, Volumna Etruriae Dea. Ed il Demstero nel luogo allegato: Eiusdem Cognominis fuit Volumna Dea Etruscorum”. 73] D. Cini, nell’opera citata: “Sotto Spignana … si ravvisa essere stato anticamente eretto, e dedicato a Feronia un altro Tempio, dandone fortissima congettura il ritrovarsi qualche vestigio di esso molto antico, situato in un luogo detto le Case Ferri, la quale denominazione, benché molto corrotta, è molto verosimile che sia derivata da quella Dea, tanto più che è’ costante ed invecchiata tradizione essere stato in quel posto un antichissimo Tempio.  [74] - Tito Livio: ”Reliqui ad ultimos fines suos se receperunt”[75] - Citato dal Cini: “Nunc in Appennini tramitibus facere potero; in quibus etiam si non erunt insidiae, quae facillime esse poterunt ...”

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La soluzione finale del problema dei Galli Boi cominciò a delinearsi soltanto nell’anno 196 a. C., dopo l’abbandono definitivo, da parte d’Annibale, del tentativo di conquistare Roma. Il Console Lucio Furio Purpurione, secondo il racconto che fa Tito Livio nel libro XXIII,[76] attraversata l’Umbria, si portò nella Gallia oltre gli Appennini; mentre il Console Marcello, dopo una lunga marcia forzata attraverso l’Etruria e la Liguria, aveva posto gli accampamenti poco oltre i confini meridionali della Gallia, in luogo ameno ed elevato.[77] Le linee strategiche del piano erano evidenti per se stesse e non dovettero sfuggire neppure ai Galli: si trattava, infatti, di chiudere in una morsa le tribù più bellicose dei Boi che sostavano proprio nei due versanti dell’Appennino, al riparo e al sicuro della “Selva”. Il Console Marcello, prima di dare inizio all’azione, si era fermato per consentire un po’ di respiro ai legionari affaticati. L’attacco dei Boi, scesi dai monti circonvicini, fu improvviso e violento e colse i Romani impreparati ed impacciati. I morti furono numerosi da entrambe le parti. Il Console, nonostante la sorpresa, riuscì a difendersi, al riparo degli alloggiamenti, e a curare i numerosi feriti, fino al sopraggiungere inaspettato di Purpurione che non si era trovato per niente a suo agio all’interno della Gallia.Costretto a rivedere criticamente la strategia combinata, Purpurione non aveva trovato di meglio che ripercorrere, all’indietro, la via già percorsa e a tentare di ricongiungersi, con marce forzate, all’esercito di Marcello. Il tentativo ebbe pieno successo e costituì la premessa di una vittoria piena e definitiva su avversari tanto feroci e irriducibili. città di Felsina (Bologna), capitale del territorio, rasa al suolo; uccisi o catturati la maggior parte degli uomini abili a combattere, eccettuati alcuni giovani che erano riusciti a sganciarsi e a trovare riparo nella profondità della “Selva”. [78] Si può fondatamente ritenere che la congiunzione dei due eserciti consolari, come pure la precedente sconfitta di Marcello, sia avvenuta proprio nel luogo che da allora sì sia sempre chiamato “Marcello” e poi, in Era Cristiana dopo la costruzione della Chiesa, San MarcelloTito Livio dice che l’accampamento romano fu posto su di un terreno, alquanto elevato, poco all’interno del confine dei Boi. La posizione di San Marcello è senz’altro elevata, al centro di una spaziosa e profonda vallata circondata all’intorno da monti.[79]Il Cini, appoggiandosi al Selva[80] e al Salvi, afferma esplicitamente che tale terra prese il nome proprio dal Console Romano. Sembra anche l’opinione di Paolo Giovio. Così pure il Pacioni, nella sua “epistola” o lettera latina sopra San Marcello, quando cerca di interpretare, in tal senso, la descrizione di Tito Livio.[81]Che il paese prenda il nome dal Console e non dal Martire Cristiano è chiaramente fatto comprendere anche in alcuni documenti ecclesiastici del Medio Evo, citati dal Cini. In tali documenti, quando è indicata la Chiesa, si usano queste parole: ”Pieve di San Marcello”. Secondo, appunto, l’opinione di Domenico Cini, in quei “documenti,” si vuole intendere che non è il paese a chiamarsi San Marcello, ma la sola Chiesa dedicata al Santo Martire, e che trovasi in località “Marcello”.[82 Risolta, la partita con i Boi, i Romani dovettero riprendere, assai presto, le ostilità contro i Liguri che, alleati dei Galli, erano rimasti  in  sostanza padroni di tutto il territorio, sopratutto dei passi appenninici che portavano verso Modena e Bologna. Si può dire proprio con Tito Livio che non ci fu soluzione  alcuna di continuità nella conduzione della guerra.
La distruzione dei Galli Liguri e Apuani come "nazione" diede non poco lavoro alla legioni romane per lo spazio di ben ottanta anni. Anche queste popolazioni dimostrarono valore e ardimento non inferiore certamente a quelllo degli stessi Boi. Si gloriarono, perciò, giustamente, di essere stati gli ultimi popoli d'Italia ad essere ridotti sotto il dominio di Roma. Fu il Console Lucio Cornelio Merula a portare nuovamente l’esercito verso Bologna e a fondarvi una colonia permanente, (Lizzano Belvedere ?) allo scopo di assicurare la transitabilità delle strade appenniniche e stabilire così un collegamento con le Legioni di stanza a Modena, paese più tranquillo e già in saldo possesso di Roma. Nel libro XXXIX, Tito Livio parla d’altre azioni militari condotte, con alterne vicende, sotto il Consolato di M. Emilio Lepido e di C. Flaminio. Quest’ultimo, in particolare, combatté contro i Liguri Friniati inseguiti oltre Appennino e costretti alla resa, dopo essersi difesi accanitamente su di un alto monte. Il Cini afferma che il Frignano, posto nell’Appennino Modenese, prese questo nome proprio dai Friniati, ivi ritiratisi dopo la sconfitta subita ad opera del Console Romano.[84] Egli asserisce che, nella tavola dell’Italia antica inserita nel libro degli scrittori italici, i Liguri Friniati figurano come abitatori di tutto il territorio della Montagna Pistoiese fino al fiume Reno. Evidentemente, essi erano entrati nel territorio dopo la distruzione dei Boi. E’ chiaro, perciò, il comportamento del Console Flaminio che combatté contro di loro prima di là dall’Appennino, in territorio Lizzanese dove distrusse villaggi e fortezze e poi “Trans Appenninum”, dove, finalmente, ne accettò la resa definitiva. Lotte continue si ebbero nel 183 a.C. ancora contro i Liguri, sotto i Consolati di Publio Cornelio e di Marco Bebbio.[85] Gran parte di queste battaglie dovettero svolgersi ancora sulla Montagna Pistoiese e in Garfagnana, dove risiedevano le popolazioni più bellicose. Dopo perdite ingenti, esse furono costrette ad arrendersi e ad assoggettarsi alla volontà dei vincitori. Il Console Marco Bebbio legò il suo nome alla deportazione nel Sannio di ben quarantamila Liguri Apuani, con le loro mogli e figli. L’impressione lasciata su tutta la Montagna, in Garfagnana e in Apuania, dovette essere enorme e tale da ricordarlo con orrore per intere generazioni. Diverse ambascerie furono inviate, disperatamente, a Roma, per scongiurare il Senato a non permettere un’atrocità di questo genere; ma i tentativi furono inutili. Soltanto il pagamento di centocinquantamila sesterzi d’argento restituì a questo popolo il diritto di ricostruire altrove (Lizzano di Taranto ?) i “Focolari e gli Altari”.  [86] Nei pressi di Lizzano, sulla sinistra della strada che sale verso Lancisa, esiste ancora oggi, una zona indicata proprio col medesimo nome di “Bebbio”e resta difficile non collegare un tale nome con quello del famigerato console romano.
 
NOTE:-  

[76]- Cini op. citata, cap.VI, pag. 79.

 [77] Tito Livio (Citato dal Cini), lib. 33: “Consules in Provincias profecti sunt, Marcellum Boiorum ingressum finem, fatigato per diem totum milite via facienda, castra in tumulo quodam ponentem".78]  Tito Livio, ivi: “... Iunctis exercitibus primum Boiorum agrum usque ad Felsinam oppidum populantes peragraverunt. . Ea urbs, ceteraque castella, et Boii fere omnes, praeter iuventutem, quae predandi causa in armis erat (tunc in devias silvas recesserat) in deditionem venerunt. 

[79] - Paolo Giovio, storico italiano (Como 1483 - Firenze 1552): Citato anche dal Cini, nel libro 29 delle sue “Historiarum sui temporis libri XLV” scrive: “Sancti Marcelli oppidum in ima valle positum est, et perpetuis undique montibus iugis precingi videtur.  [80] - Lorenzo Selva: “Metamorfosi”- pag. 224.  [81] -Giuliano Pacioni (vedi Cap. VIII): Nella lettera latina riguardante San Marcello così scrive: “Sancti Marcelli oppidum (quo in tota Pistoriensi dictione nullum pulchrius invenitur) parum antiquum apparet, quod Christianum nomen sortitum fuerit. Sed ego longe antea dictum Castra Marcelli viri Romani Consulis existimavi ex Historia Livii”. E ancora, citando l’autorità di Tito Livio: “Clarius libro 33, demostrat Marcellum ipsum cum exercitu iterum per Etruriam in finibus Boiorum venisse, posuisse castra in tumulo, qualis Sancti Marcelli est, in eisque se retinuisse, donec militum animo et corpora reficeret”. [82] - D. Cini in op. citata alla pag. 89 del cap. VI: “Il riscontro maggiore si è che la terra di San Marcello anche dopo l’aggiunta del nome di Santo qualche volta vedesi rammentata solamente con quello antico del Console; mentre ho ritrovato che in alcuni istrumenti di collazioni antiche di Chiese esistenti nell’Archivio Episcopale di Pistoia è nominata la pieve di San Marcello a Marcello. ... puossi con molta verosimiglianza credere che la medesima Terra ne i tempi più antichi fosse appellata col solo cognome del mentovato Console Romano, e ne i più moderni per le cagioni rapportate per lo più con l’aggiunta del nome del Santo suo Protettore". 

[83] - Tito Livio (citato dal Cini) lib. 37:“Bella Ligurum Gallicis semper iuncta fuisse:eas inter se gentes mutua ex propinquo ferre auxilia. [84] D. Cini, op. citata, pag.95. 

 [85] - Tito Livio, libro 39: “Interim Lucius Cornelius et Marcus Bebius, qui in Consulatu nihil memorabile gesserant, in Apuanos Ligures esercitum induxerunt....” 

86] Tito Livio, ivi “… Eos consulto per litteras prius Senatu, deducere ex montibus in agros campestres, procul a domo, ne reditus spes esset, Cornelius et Bebius statuerunt: nullum alium ante finem rati fore Ligustici belli.Ager publicus populi Romani erat in Samnitibus, qui Tauraminorum fuerat. In eum cum traducere Ligures Apuanos vellet, edixerunt, Ligures ab Anido montibus descendere cum liberis, coniugibusque, sua omnia secum portare. Ligures saepe per legatos deprecati, ne Penates, sedem, in qua geniti essent, sepulcra maiorum cogerentur relinquere, arma obsides pollicebantur. Postquam nihil impetrabant, neque vires ad bellandum erant, edicto paruerunt. Traducti publico sumptu ad quadraginta millia liberorum capitum cum foeminis, puerisque. Argenti data centum et quinquaginta millia sestertiorum, unde novas aedes compararent”.

 
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CAPITOLO VII
   La vicenda umana dei Galli Liguri non si concluse, affatto, con la deportazione nel sud d’Italia di una così gran parte di questo popolo che abitava fra il fiume Magra e l’Arno e che aveva sostituito i Galli Boi in Lunigiana, Garfagnana e su tutta la Montagna Pistoiese. Il Console Quinto Fulvio, nel 182 a.C. ne costrinse ancora molti ad abbandonare i monti e a scendere al piano. [87]Il Cini, fondandosi sull’autorità del Salvi che riporta un’antica “Cronica” delle storie di Pistoia, afferma che i Liguri, apparsi nel “Pistoiese”, furono tolti proprio dall’alta Montagna, dove furono messi presidi permanenti di “legionari”, al fine di assicurare la transitabilità delle strade che portavano oltre Appennino. [88] Le varie emigrazioni, forzate o meno, ma in ogni modo sempre legate ad avvenimenti bellici, potrebbero fornire una spiegazione della rinascita, qua e là, di comunità legate all’antica terra d’origine della “Selva Litana”, da riprodurne, nostalgicamente, il nome, perché legato, sicuramente, ad avvenimenti che avevano contribuito a formare il loro modo d’essere “nazione” e l’orgoglio della propria indipendenza e libertà. Sempre e dovunque pronti a difendere questi valori, nonostante le disfatte subite. [89]L’occasione offerta del ritorno a Roma dell’esercito consolare e della licenza concessa ad una “Legione” che presidiava Pisa, bastò, infatti, ai superstiti per rialzare orgogliosamente la testa e ad osare l’impossibile. Sfuggiti ai “presidi” varcarono l’Appennino, investirono e occuparono Modena. [90Il colpo fece impressione anche perché Modena, come campo fortificato, costituiva l’orgoglio dell’esercito romano. Ma fu il loro colpo di coda. Modena diventò la tomba di ben ottomila Liguri e i superstiti furono inseguiti dal Console Petilio che aveva richiamato dal Nord-Italia, per sicurezza, anche le legioni del Proconsole ClaudioEssi preferirono riguadagnare i passi appenninici, sfuggendo abilmente a un tentativo d’accerchiamento che Petilio aveva architettato insieme col Console Valerio. Si fortificarono sul monte Leto, nei pressi del fiume Scoltenna, e qui, a piè fermo, aspettarono l’esercito consolare decisi a vincere o a morire.[91]È sempre il Cini che fa sua l’opinione, fra gli scrittori antichi, di quanti asseriscono che il monte Leto sia posto nella zona di Lizzano perché è solo questo territorio che confina ancora oggi con le cime appenniniche dove stanno le sorgenti dello Scotenna.  [92] Indiscutibile, poi, è sempre l’argomento che deriva da alcuni toponimi facilmente rintracciabili nel territorio.  L’attacco del Console Petilio si sviluppò secondo i canoni di un’alta strategia militare. Secondo il racconto che ne fa Tito Livio, il Console, con un’azione avvolgente dal centro e dalle ali dello schieramento, investì il monte Leto collegato, attraverso la dorsale appenninica, al monte Balista[93]anch’esso fortificato dai Liguri. Accorse personalmente e valorosamente a sostenere la parte che sembrava più vulnerabile e in procinto di cedere sotto l’urto dei dardi nemici. La morte lo colse, a cavallo colpito da un giavellotto, mentre, a un posto d’osservazione, incitava i suoi a serrare le file e a ritornare all’attacco.[94]La perdita, pure grave, non distolse i Romani dalla battaglia perché, nello stesso giorno riuscirono, nonostante forti perdite, a conquistare la cima del monte e a uccidere cinquemila nemici.[95]Era l’anno centosettantotto avanti Cristo, il 574 “ab urbe condita”. Qualunque cercatore di funghi che percorra, oggi, la zona attraversata dal torrente “Volata”, potrà indicarvi con precisione l’esatta ubicazione di due zone che conservano il nome di “Maleto” e “Cerleto”. Maleto potrebbe essere il composto di due parole, “Malum Letum”, con un significato molto indicativo se si ricollegano alla “mala sorte” toccata al Console Petilio. Egli, nel discorso che aveva fatto ai soldati, si era ripromesso di occupare il monte entro la stessa giornata, esponendosi personalmente. Non aveva fatto caso, dice Tito Livio, all’equivoco e doppio significato di quel vocabolo latino “letum” che poteva voler dire anche “morte” e, a volere essere superstizioso, riservare per lui un tragico (malum) destino.  “Cerleto”, (quasi “Ceres leti”), perché sul monte Leto o (meglio) ai piedi del monte Leto sembra essere esistito un Tempio dedicato alla Dea Cerere, protettrice delle biade e delle campagne, sulle rovine del quale sarebbe stata ricostruita, in era cristiana, una chiesetta dedicata ai SS. Vito, Crescenzo e Modesto. È sempre l’opinione di Domenico Cini fondata sull’autorità di scrittori di cose antiche. [96]La resistenza dei Liguri, comunque, non si esaurì neppure con la disfatta subita sul monte Leto perché continuò orgogliosamente fino all’anno 595 di Roma. La vittoria, però, ottenuta quel giorno, mediante il sacrificio del Console Petilio, (Piteglio ?) dall’esercito romano, pose le premesse definitive di una vita più tranquilla per il territorio della Selva Litana, diventato, ormai, più sicuro anche per gli insediamenti dei coloni romani ai quali furono distribuite terre, castelli, ville. L’episodio della guerra fra i Romani e Spartaco per il quale queste terre furono di nuovo teatro di scontri memorabili,  [97]si colloca già in un clima e in un contesto storico totalmente diversi e tale da non interferire minimamente nella vita di popolazioni ormai pacificate e garantite dalle leggi della Repubblica, prossima, dopo le fulminanti imprese di Giulio Cesare oltre le Alpi, a diventare Impero. L’insediamento di famiglie romane avvenne circa 80 anni avanti Cristo, al tempo di Silla, come abbiamo già detto. Da loro prendono il nome alcune località della montagna pistoiese. Abbiamo già citato il paese di Mammiano, come pure San Marcello (alias Marcello). Paolo Giovio, secondo il Cini, fa derivare il nome di “Gavinana” dalla famiglia di Gabinio e la chiama “Oppidum Gabinianum”; Piteglio dal Console Petilio.  Spignana potrebbe derivare da “Vespinio”. Infatti, nei secoli scorsi era chiamata  anche Vespignana. Lizzano, pur essendo diventato anch’esso una colonia romana, conservò l’antico nome dato dai Galli alla Selva, con denominazione già resa famosa e assicurata dalle vicende che vi si erano svolte. Il medesimo discorso si può fare anche per Lancisa, nonostante l’opinione contraria del Pacioni che interviene, come anche per Spignana, con altra spiegazione.[98La presenza romana è testimoniata dall’esistenza d’alcune vestigia di strade, pezzi di selciato, resti di fortezze e castelli. “Castel di Mura”, oggi scomparso, ma con ubicazione tutt’oggi rilevabile, nell’anno 1700 viene così descritto dal Cini, nel suo libro già citato: “Sopra Lizzano, in sito quasi inaccessibile, era la fortezza di Castel di Mura, le cui muraglie che la circuivano si vedono alquanto alte da terra e dentro vi si osservano, oltre ad altre fortificazioni, le fondamenta del cassero di essa, di una gran torre e di una cisterna sotto terra ancora intatta”. Lo stesso autore riferisce ancora che “sopra Lancisa, presso ad una delle strade per cui si passava nella Gallia, si osservavano i frammenti di una fortezza in cui fu ritrovata, pochi anni or sono, una mola di quelle solite porsi in simili luoghi”. Si è detto che, nell’antico territorio di Lizzano, in luogo detto “Cerleto”, esisteva una Chiesetta o Oratorio consacrato ai nomi dei SS. Martiri Vito, Modesto e Crescenzo, ricostruito, sembra, sulle rovine di un antichissimo Tempio dedicato alla Dea Cerere. La Dea Cerere era la protettrice delle biade e delle campagne e si può comprendere, perciò, per quali motivi e quale origine abbia avuto l’usanza (praticamente fino ai tempi moderni) di recarsi processionalmente all’Oratorio di S. Vito da parte del popolo di Lizzano e di quello di Cutigliano, preceduti dalle rispettive compagnie. Lo scopo delle due processioni combinate era proprio quello “rogatorio” o “propiziatorio”. Il rituale previsto, come si può leggere nel manoscritto “Le memorie della Pieve di Lizzano”, conservato, oggi, nell’Archivio della Diocesi a Pistoia, era questo: essendo l’Oratorio posto in parrocchia di Lizzano, anche in periodo successivo al distacco della Chiesa di Cutigliano dalla Chiesa Madre, per dovere d’ospitalità doveva arrivare all’Oratorio, per prima, la processione di Lizzano alla quale si era aggiunta quella guidata dal “Rettore di Pratale”; successivamente giungeva la processione di Cutigliano. Si cantava la Messa, si benediceva la campagna, quindi ognuno ripartiva per le rispettive parrocchie. “Prima Cutigliano; quindi Lizzano”. Nell’anno 1711, come ivi si legge, il Pievano di Lizzano ritardò              l’appuntamento e allora, quelli di Cutigliano, dopo tanto aspettare, ripartirono con rabbia e per dodici anni si rifiutarono di rimettervi piede”. Fu una lettera del Vescovo di Pistoia, redatta in data 11 giugno 1723 dal cancelliere vescovile Ignazio Niccolò Bracali, che ingiunse al Pievano di Lizzano di riprendere, in accordo col parroco di Cutigliano, l’antica e pia usanza. Una processione alla data del 15 Giugno, festa di San Vito, è stata fatta a Lizzano fino all’anno 1955 e aveva ancora il carattere di una “rogazione” ossia di una “propiziazione” o benedizione per la campagna. Il Parroco (il sottoscritto) nell’anno 1955 tolse definitivamente, per scarso numero di fedeli partecipanti, detta processione. Mai avrebbe immaginato che all’origine di questo fatto religioso ci fosse di mezzo, proprio, la Dea Cerere e il Tempio ad essa dedicato ai piedi del monte Leto. Senza dubbio, molte tradizioni come questa andarono disperse perché si persero i significati e le motivazioni, per cui non si riuscì più ad adattare certe manifestazioni, riti, celebrazioni varie, alla mentalità e allo spirito dei cosiddetti tempi moderni[99]Prima di chiudere questo capitolo conviene accennare ad alcune testimonianze, sia pure pallide, della presenza degli antichi Etruschi nel territorio. Abbiamo già ricordato i nomi dei due torrenti “Volata” e “Verdiana”. Sopra Pian del Conte, prima di iniziare la salita di “Poggio Fratone”, esiste una località con questa denominazione: “Casa Farfari” o “Pian di Farfari”. L’etimologia ci riporta proprio all’etrusco “par-par” oppure “far-far”, con una radice che è facile ritrovare, specialmente, nel nome di fiumi. Basti ricordare, per esempio, il “Farfar”, citato nella Bibbia al capitolo quinto del II libro dei “Re” e che scorre a Damasco; oppure il “Farfa”, fiume del Lazio che nasce dai monti Salini e confluisce nel Tevere, a valle della stretta di Torrita. La stessa radice la ritroviamo nell’etrusco “par-puj” o “far-fuj con significato approssimativo di “donna in stato interessante” oppure di “donna bella”. A tale significato etimologico ci riporta anche il termine “parpuglina” o “farfuglina” riferito a giovane donna, che non è difficile, neppure oggi, rintracciare nel linguaggio popolare in Montagna. [100.  Nomi antichi, pieni di fascino e di mistero, anche se, con fatica, riusciamo a tradurne il significato. Nomi che parlano, comunque, il linguaggio della storia e portano a noi l’eco e il profumo di tempi lontani, l’insegnamento nascosto nella profondità dei secoli.  

NOTE:- 

[87] Tito Livio, lib. 40: “Consul deditos in campestres agros deduxit, praesidiaque montibus imposuit. [88] -D. Cini, op. citata, pag., 105-106. 

[89] - Lizzano di Taranto ? - Lizzanello di Pistoia ?- Lizzanello di Lecce ? - Lizzano di Forlì.? 

[90] - Tito Livio, lib. 41: “... Ligures postquam senserunt, non Consularem tantum exercitum Romam adductum, sed Legionem a T.Claudio Pisis dimissam, soluti metu clam exercitu indicto, per transversos limites superatis montibus in campos digressi, agrum Mutinensem populati, repentino impetu Coloniam ipsam ceperunt”. 

[91] - Tito Livio, ivi: “C. Claudius Proconsul Parmae habebat, subitariis collectis militibus, exercitum ad fines Ligurum admovit; hostes sub adventum C. Claudii, a quo duce se meminerant nuper ad Scultennam flumen victos, fugatosque, locorum magis paesidio adversus infeliciter expertam vim, quam armis se defensuri, duos montes Lethum et Balistam coeperunt, muroque insuper amplexi, tardius ex agris demigrantes, oppressi ad mille et quingentos perierunt. Coeteri montes tenebant...”. 

[92] - D. Cini, op. Citata, pag. 109-110 . [93] Resta difficile stabilire l’ubicazione di questo monte. Non esistono neppure toponimi che lo possono, in qualche modo identificare. C’è da segnalare l’opinione di Giorgio Filippi. Nel suo scritto intitolato “la Silva Litana” (La Musola n.31, pag. 8), suggerisce un’ipotesi attraente che viene proposta nel suo “Scritturino n.10” del Maggio 1996 e, in altre parole, che il Monte Leto non sia altro che l’attuale Monte Spigolino indicato chiaramente in una Mappa antica procurata gentilmente da certa Maddalena Filippi e che il Monte Balista non sia altro che l’attuale Corno alle Scale. Oggi Il monte Leto sarebbe ricordato dal fiume Leo che scaturisce da quella zona. Giorgio Filippi osserva ancora: “Quei muros che i Liguri eressero per difendersi sul monte Balista, cioè sul Corno (Tito Livio: duos montes Lethum et Balistam coeperunt, muro insuper amplexi), mi hanno fatto pensare a quel muraglione poderoso che vediamo salendo dal laghetto alla sorgente del Cavone. E tanti mi chiedono: ma chi ha eretto questo muraglione ? E quando ? E perché? A me viene spontaneo supporre che sia un resto dei” muros” eretti dai Liguri, con grossi massi, superstiti dopo poco più di duemila anni..

[94] - Tito Livio, lib. 41: “Petilius adversus Balistae et Leti iugum, quod eos montes perpetuo dorso inter se jungit castra habuit. Ibi adhortantem eum pro concione milites, immmemorem ambiguitatis verbi ominatum ferunt, se eo die Letum capturum esse.   [95] - Tito Livio, ivi: “. Consul equo advectus, suos quidem a fuga revocavit: ipse dum incautius ante signa obversatur, missili traiectus cecidit: nec hostes Ducem occisum senserunt: et suorum pauci, qui viderant, haud negligenter, ut qui in eo victoriam verti scirent, corpus occultavere. Alia moltitudo peditum equitumque, deturbatis hostibus, montes sine duce coepere. Ad quinque millia Ligurum occisa: ex Romano exercitu duo et quinquaginta ceciderunt. 

[96] - D. Cini, op. citata -pag. 116-117. Il Cini identifica , in modo evidente, il Leto con l’attuale monte San Vito nei pressi di Cutigliano. Commentando, infatti, la descrizione della battaglia che ne fa Tito Livio, scrive testualmente:"Il qual racconto di Livio dimostra che questi due attacchi seguirono in vicinanza ed a vista l’uno dell’altro; ed appunto i mentovati due dorsi o pendici di tal Monte si vedono posti in piccola distanza tra loro, quanta è quella che corre dalla Chiesa del Cerletto a Cutigliano ed in questi contorni appunto si vedono vestigia di Torri, di fortificazioni e muraglie antiche ed in particolare nella sommità di quel Monte si ravvisano le fondamenta di un’antica torre, le quali cose e in particolarità s’accordano col racconto di Livio asserente che i Liguri ritiratisi nel monte Leto si fortificarono anche con muraglie: muro insuper amplexi. E poi ancora più avanti: “Oltre alle accennate denominazioni esistenti nel prefato Monte coerenti a quella antica di Leto si osservi che ritiene il medesimo nome anche il sito di Cerleto, luogo quivi posto, benché oggi distrutto, non rimanendovi ora, se non una picciola Chiesina fabbricata sopra le vestigia di un altro antichissimo Tempio, di cui se ne vedono i frammenti, la quale pure porta il nome medesimo di Cerletto. Da questa denominazione si può congetturare che quello fosse per avventura un Tempio dedicato a Cerere, il quale rimanendo situato nel suddetto monte per simile cagione fosse addimandatoCeres Leti: e poi, com’è accaduto quasi di tutte le denominazioni antiche, corrottamente chiamato Merletto".

 [97] D. Cini, op. citata, cap. X. [98] - (vedi cap. VIII).    [99] Giuseppe Tigri: “Guida della montagna pistoiese”, edita a Pistoia nel 1878,Tip. Niccolai, a pag. 69 scrive: Certo che io ricordo come pochi anni decorsi il celebre letterato e archeologo prussiano GRIMM, che ha raccolto le tradizioni popolari e religiose della Germania, degnossi a Pistoia di recarsi a me col suo fratello non meno illustre, e parlatomi con molta indulgenza della prima edizione del mio poemetto Le Selve della Montagna Pistoiese e delle note appostevi, (fra le altre certe origini mitologiche) mi diceva che sarebbe stata opera molto proficua l’andar rintracciando le origini de’nomi mitologici di questi monti non solo, ma di tutta Italia e veder di notarne le tradizioni popolari, siccome egli aveva fatto per la Germania; perché si sarebbe aperto un campo di nuove cognizioni mitologiche in relazione con la cristiana religione, che direttamente successe alla pagana. 100]  Per esempio: può accadere di sentire ancora oggi, nel linguaggio comune in montagna, una frase come questa, rivolta a giovane donna: “Guarda che bella farfuglina”.

CAPITOLO VIII 

      Nelle citazioni fatte fino a questo punto dei vari autori o scrittori di cose antiche interessanti il territorio di Lizzano, poche volte è stato fatto riferimento ad un personaggio che appartiene senza dubbio alla storia di questo paese, per le benemerenze acquisite come scrittore e per le opere realizzate. Trattasi dell’avv. GIULIANO PACIONI di cui è necessario, per altro, riportare il pensiero con maggiore estensione relativamente alla storia locale, anche se, per questo, fu fatto oggetto di non poca critica da parte di Domenico CiniFiglio di Vincenzo Pacioni che fu Cancelliere della Montagna, Giuliano ebbe i natali a Cutigliano il 24 novembre del 1615 e fu insigne studioso e letterato, prima di distinguersi in alcune cariche pubbliche. Fu, infatti, Ministro dell’Archivio a Firenze e poi Segretario, a Roma, del Marchese Riccardi che era ambasciatore del Granduca di Toscana. Dopo la morte del padre si dedicò alla libera professione a Firenze e si distinse, particolarmente, per la grand’onestà e umanità esercitata sempre con cristiana convinzione. Venne indicato come “l’Avvocato dei poveri”. Il Granduca non lo dimenticò, e annoveratolo nel Consiglio dei “duecento”, gli concesse anche innumerevoli privilegi da lui medesimo elencati in una nota che viene riportata da Farinata Uberti nel suo libro “NOTIZIE DELLA TERRA DI CUTIGLIANO.[101]Fra gli altri privilegi questi: “Di poter mettere e tenere “la delizia delle trote” nelle sue peschiere, benché pesce riservato per la tavola del real sovrano; di poter far celebrare, alla Chiesa edificata nella sua villa de “LA LAMA” a Spignana, la S. Messa in tutte le feste e solennità dell’anno; della grazia ultimamente ottenuta di fare il “mercato” nella suddetta villa.”I ruderi di questa VILLA esistono ancora oggi nei pressi di Spignana, in località chiamata “ LA LAMA”. In una lettera latina del Novembre 1683 leggiamo che egli, pochi giorni prima, aveva comprato e aggiunto alla sua proprietà anche un castello, distante circa mille passi, che nei secoli antichi aveva costituito una fortezza inespugnabile per i “Litani. Probabilmente egli parla della fortezza di “Serrula”, oggi “Serrino”, che, insieme con quella di “Castello” o “Castelluccio” sopra Lancisa e la fortezza di “Castel di Mura”, formava una linea formidabile di difesa per tutto il territorio lizzanese. Per lo spazio di quasi trenta anni, quanti ne corsero fra l’acquisto della “Villa” e la sua morte avvenuta il 12 ottobre del 1704, mise ogni cura nella sistemazione dei terreni, con irrigazioni, disboscamenti, coltivazioni varie, nella beneficienza verso i poveri impiegati nei molti restauri agli edifici. Nell’opera citata102] il Farinati, scrivendo della vita del Pacioni, così scrive: “Prima d’ogni altra cosa ridusse una piccola chiesa in forma di tempio, col titolo di S. Maria della Pace, vivendo, nella quiete dell’animo, da vero filosofo, parendoli di poter veramente dire in quella sua grave età. . Hic PORTUM INVENI, SPES ET FORTUNA VALETE.”)

La lettura degli antichi testi di storie greche e latine, le dotte conversazioni, a distanza, con illustri personaggi del suo tempo, mediante lettere scritte in latino (quasi tutte datate “ex Lamo meo”), costituirono, negli ultimi anni di vita, una caratteristica attività. Alcune di queste lettere ebbero come oggetto esclusivo proprio la storia del territorio di Lizzano che l’appassionò in modo singolare. Tale passione, certamente, fece velo al senso critico che deve usarsi nella ricerca delle testimonianze, per cui egli è da considerarsi più un letterato che uno storico; ma, in ogni modo, non possiamo fare a meno di registrare la suggestione che emana dal suo racconto anche se, come accennato, fu oggetto di polemiche e contestazioni. Nella lettera a un Lizzanese, certo Domenico Fini, (vedi pag. 122) scritta da Firenze nel febbraio del 1699, il Pacioni, dopo avere affermato che Lizzano fu una delle prime città Etrusche costruite in luogo naturalmente inaccessibile e assolutamente inespugnabile“se non per fame”, riferendosi all’etimologia, scrive che il nome deriva dal greco “Lithanon”.Il significato è quello di roccia, pietra dura, luogo o terreno roccioso, come roccioso è il “Castel di Mura” che, sulla linea delle fortezze di Castello e del Serrino, sbarra a Oriente il territorio intorno al quale era costruita la città formata da varie borgate, tra le quali “Vitulatico[103], dove venivano allevati i vitelli (come indicherebbe l’etimologia) necessari all’alimentazione di tutta la popolazione. La città, difesa ad Occidente da altra fortezza chiamata “Cerleto”, aveva all’intorno una campagna che arrivava fin quasi a Pistoia, come testimonia lo stesso nome di “Lizzanello”, borgata tutt’oggi esistente nei pressi di Piteccio. Alla grandezza di questa Città si riferirebbe pure lo storico romano TITO LIVIO quando scrive: “Sylva erat vasta”. Anch’egli, come Frontino, scrive sempre il Pacioni, la chiama “Litana”. La lettera continua poi con l’osservare che, dall’incredibile e innaturale "squadramento"della roccia del monte, si può arrivare a comprendere l’immane lavoro, cui si sottoposero gli abitanti, per dare sicurezza alla città e per creare una fonte inesauribile di materiali da costruzione. Il nome di “Incisa”, l’odierna Lancisa, potrebbe significare proprio questo lavoro di squadramento o d’incisione e spaccatura della roccia. Per molti secoli i “Litani” avrebbero goduto di un gran benessere; poi, quando i Galli invasero l’Alta Italia e poterono ributtare, di là dell’Appennino, gli Etruschi, sottrassero a loro anche tutto il territorio di Lizzano.  “Sembra verosimile, egli scrive, che in quella circostanza, i Litani, con tutte le loro robe e gli dei penati, abbiano varcato i propri confini e siano fuggiti al piano per dare origine oppure accrescere la città di Pistoia cui di fatto venne imposto un nome di sicura origine greca”. Racconta, infine, le vicende belliche tra i Galli Boi e i Romani. In particolare ricorda la battaglia con l’agguato e la strage della “Selva Litana” così come viene raccontata da TITO LIVIO. Sposta interamente, però, il luogo dell’azione a “Chiusa Galli” o ponte sul fiume “Verdiana”, dando così a Lancisa, come si è detto sopra, un’origine più antica e più nobile. Dopo la distruzione dei Galli, i Romani, nell’anno 565 di Roma, divisero in due colonie l’intero territorio della “Selva Litana” e restituirono all’Etruria la parte che guardava il Pistoiese. Il racconto del Pacioni è fatto proprio dal Farinati che, nell’opera citata così scrive: [104]Certo è che se le antiche città furono edificate (come sostiene Dionigi d'Alicarnasso) nei luoghi più forti della Toscana, senza dubbio può vantare l’antichità, sopra ogni altro luogo di questa montagna, la terra di Lizzano, per essere stata primieramente edificata nella situazione migliore di tutto il superiore territorio; vedendosi per anche le vestigia del fortissimo Castello di Mura assai ben disposto dalla natura e da potenti abitatori”. In altra lettera, a tale GIOVANNI FILIPPINI (vedi pag. 1121) anch’egli di Lizzano, il Pacioni, parlando ancora del territorio che lo ospita nei momenti di maggior distensione e di riposo, scrive che, secondo quanto a lui risulta da letture di testi antichi, "i Tirreni che arrivarono in Etruria dalla Lidia fondarono la Città di Lizzano in luogo munitissimo e già predisposto dalla natura.” Precisa, cioè, che Lizzano ebbe origine dai popoli provenienti dalla Lidia e che, secondo Plinio il Vecchio come già abbiamo visto, essi  si erano sostituiti in Italia ai Pelagi e agli UmbriInsiste ancora affermando che Lancisa ebbe il nome e un’origine antecedente a quella di Lizzano, proprio dall’incisione del monte e dalle pietre tagliate per la costruzione dell’intera città. Luogo sicuro perché, da una parte era anch’esso appoggiato al Castel di Mura e, dall’altra, la fortezza di Castello (oggi Castelluccio) vigilava l’accesso e la strada che portava al ponte sul fiume “Verdiana”, consentendo di spaziare con lo sguardo su tutta la Regione circostante. In una delle ultime lettere, scritta nell’aprile del 1700 ad un suo nipote, parla, invece, della storia di Spignana, distinguendo fra la Spignana Nuova e la Spignana Antica Quella nuova sarebbe stata fondata dai Goti “in luogo aspro e angusto”, con la costruzione di una Chiesa e di una torre a fianco, fatta a modo di fortezza, secondo un sistema scelto di fortificazioni su tutta la dorsale appenninica.  Spignana antica, invece, si estendeva nei pressi del fiume “Verdiana”, in località detta “Case Ferri “ e distrutta, come Lizzano, proprio di seguito alle vicende belliche iniziate col massacro delle legioni del Console Postumio a “CHIUSA GALLI”. Era stata fondata anch’essa, alcuni secoli prima di Roma, dai Tirreni; ma ritenne un nome latino perché, probabilmente, i Romani dovettero chiamarla “CASTRUM SPINARUM”, ossia “campo di spine”, per la gran quantità di rovi e spine cresciute fra le sue rovine dopo le distruzioni e la battaglia di CHIUSA GALLI. Spignana, cioè, deriverebbe il nome da “spinea”,“spineana” e il suo significato, perciò, sarebbe quello di“spinosa”. In realtà, nei pressi del paese esiste ancora oggi una "zona" che porta il nome di “Spinosa.” Il Pacioni chiama Spignana “nobile” e “famosa”. Tre erano le strade, assai ampie, che attraversavano le sue campagne e i verdi prati e che portavano verso la sommità dell’Appennino. Due di queste strade (ridotte oggi a torrenti) si identificherebbero col“Rio Africo” e il “Rio Mezzano”. La prima andava verso “Battifolle” e il “Tesoro” (sembra che anticamente vi fosse stato sepolto un tesoro) . Proseguiva verso “Fatini”, “la Piana”, “Pertini”; quella invece di “Rio Mezzano” arrivava da “Lavancelli” fino al podere “Butale”. La terza strada, attraversata la Nuova Spignana, collegava con “Piastre la “Forretta dei Morti”, attraverso “Peretolo” e “Mavigliana”. Poco distante stava la fortezza del “Serrino”. C’era un’altra strada, assai più ampia e lunga, che si snodava, fra rupi scoscese, dalla parte del fiume e che lasciava comprendere il dispendio enorme di lavoro e di mezzi ai quali si erano assoggettati gli abitanti, e tali da non poter essere prodotti che da un grande e ricco popolo. Gli antichi abitanti di Spignana avevano perfino i “Bagni pubblici” ubicati in mezzo al fiume. Di forma circolare, essi avevano anche dei sedili che consentivano di tenere la testa appena fuori dell’acqua. Ciò accadeva anche stando in piedi, nel mezzo della vasca. Questa lettera, continua ricordando che esisteva un lago con un porto indicato dalla località “Portolano” (quasi portus laneus) indicativo della gran quantità di lana, formaggi, carne che poteva affluirvi dai poderi di “Pratorsi”, “Selvine”, “Mandromini”, “Caldaie”, posseduti dagli antichi Spignani. L’esistenza di tale lago, formato in gran parte dal fiume “Lima”, può essere ricordato anche dalle località di “Limano” (porto del lago) come pure dal “Podere del lago” esistente fra Lizzano e Cutigliano (oggi Podilago) e, d’altra parte, dal nome stesso di “Lima” che, in greco, significa “Lago”. Non v’è dubbio che anche questi popoli, come quelli di Lizzano, abbiano goduto anticamente di notevole benessere, frutto certamente della loro intraprendenza e del loro ingegno dimostrato dalla costruzione di officine dove si lavorava il ferro. Sembra che, ai tempi dell’autore, esistessero ancora ruderi e rovine [105] nella località cosiddetta“Case Ferri”(Nei pressi di “Chiusa Galli). Tra la vecchia e la nuova Spignana, la villa “La Lama”. villa deliciae nostraeque gratissima tempe[106]Quest’affetto e passione per il luogo, ancora oggi molto ameno e distensivo, entra senza dubbio come componente essenziale nella visione storica che il Pacioni dice di avere derivato dalle sue innumerevoli letture di testi antichi; ma la sua onestà, scrupolo e buona fede, non possono essere messe in discussione.  Sembrerebbe dimostrarlo anche la finale stessa della sua lettera. Infatti, si astiene anche dal parlare dei trenta anni impiegati nei lavori alla villa non solo per l’età ormai prossima al tramonto che gli fa dimenticare tante cose, “sed quia etiam si vera assererem, ne ab aliis ex affectu narrata iudicentur.” Non vuole, cioè, essere accusato di morbosità e partigianeria nell’attaccamento al territorio. Sembra avvertire la critica cui saranno assoggettate le sue opinioni.  Nello stesso tempo, ostenta sicurezza e convinzione delle cose che riferisce e, forse, anche la consapevolezza del crudele destino, per altro allora non completamente consumato, riservato a “diris fatis” a un nobile e così antico territorio. Il nome di Giuliano Pacioni è, ancora oggi, nella memoria riconoscente del popolo di Spignana per le innumerevoli opere di beneficenza da lui compiute. Una di queste, per suo volere, è potuta arrivare fino ai nostri giorni. Trattasi della famosa “dote[107]costituita per le ragazze che andavano a marito e che venivano sorteggiate dal Parroco, ogni anno, alla data del 2 novembre. LA LAMA”, purtroppo, non è più, oggi, la “villa deliciae nostraeque gratissima tempe”, dove un tempo si teneva il mercato, si allevavano le trote per le mense del Granduca di Toscana, si celebrava la S. Messa nelle Feste e Solennità dell’anno. Nonostante, però, il completo stato d’abbandono e le rovine oggi esistenti, consente ancora di comprendere i motivi per i quali un illustre e famoso personaggio decise di condurvi ben quasi trenta anni di una lunga vita, alla ricerca non soltanto di tempi perduti e lontani ma, soprattutto, di se stesso e di valori più essenziali ed eterni.

NOTE:-

 101]- Ultimamente, si trattava soltanto di distribuire poche lire, e per questo, verso la fine degli anni ' 50, ci si astenne , del tutto, dal proseguire con l'iniziativa.  [103] Dal latino “vitula”= vitella, giovenca. Il toponimo “Vitulatico” o “Vitalatico” esiste anche oggi. Poco al   di sotto di Lancisa. [104]ivi pag. 91. [105]-Evidentemente, il Pacioni trascura il significato che il Cini dà a questo toponimo.(Case Ferri =Tempio della Dea Feronia.) 

[106]- D. ATANASIO FARINATI, op. citata alle pag. 177-180 così scrive: “.Questa villa  nel mezzo di spaziosa pianura, tra piacevoli colli, in forma d’Anfiteatro, risiede. Onde molto comodo parmi qui ora vi offerisca il diporto, per l’ampia strada che verso la Chiesa in faccia rimiro

con si vaga ordinanza di altissimi abeti che destano nell’altrui mente una solitaria riverenza.  Quindi osservar potrete la cristiana pietà dell’Avvocato Giuliano. dalla struttura della presente Chiesa dedicata a Maria Vergine della Pace. La simmetria in ottagona figura

molto vaga, e maestosa, con tutti quei requisiti che ad un decoroso Tempio convengono: osservando essere non solo di ornamento che di comodità l’esterno loggiato presso il quale vedo scintillare un chiaro fonte con ragguardevole architettura di pietrame che mi

desta la  curiosità di andare a leggere  l'iscrizione seguente  JULIANUS PACIONES VIAM, ET FONTEM AEQUE JULIAM NOMINAVIT. ANNO MDCLXXVI. Sopra l’arco d’ingresso della villa c’era quest’iscrizione:“Locus hic Natura amoenus et Arte situs n medio

maiorum, digniorumque oppidorum ut plurimum proprio nomine Romanam Originem indicantium, et in Praefectura ingeniosis hominibus referta quam maxime floret. Neque olim incognitum fuisse videtur, si consideremus post Cannensem pugnam, stratagemate

novam exercitus viginti quinque millium Romanorum cum L. Postumio Consule cladem in calce Lami successam: atque adeo Clusia Gallorum vocata ut idem Livius refert. Prope est etiam CASSIA VIA in duodecima Ciceronis Philippica enunciata, ea in parte, qua

Catilina cum exercitu suo pariter trucidatus fuit: hodie Planicies Malorum Armorum appellata ut ex Salustio clare constat. Mirabile quidem praedominium Martis inAgro Pistoriense  apparet ex tercentum annorum Factionibus et ex tribus exercitibus deletis in brevi

tractu quinque milliarum; quum postremus in proximo Castro Gabiniano cecidit, atque omnes in linea recta et aequidistante.  Il Farinati così continua :“Sotto l’ombra di fruttifere piante alle nobili tavole di pietra in forma ottagona con sedili, diligentemente lavorate.Non

tralascerò di dirvi esser questa la  FONTE DELLA VERGINE,molto salubre a’ febbricitanti come dalla medesima iscrizione potrete riconoscere:VIRGINIS HAEC EST INFIRMIS VERE UTILIS UNDA.  Questa, a relazione degli abitatori, (CON AUTENTICA FEDE DEL CURATO DI SPIGNANA)  ha

restituita la salute a molte persone inferme, come pure lo dimostra l’altro motto dalla parte verso mezzo giorno:EST IPSA MATER DEI FONS GRATIARUM. Attorno al la

medesima vedrete  altri due motti : uno de’ quali situato a ponente e l’altro verso tramontana con greca  scrizione.:" AGERE ET PATI ROMANORUM EST. Quì parimenti  osservar potete l’Epitaffio, allusivo all’albero dell’Ulivo con tre Gigli ed una Stella che  rappresentano lo

Stemma gentilizio di Casa PacionI:  FLORETE FLORES FULGET HAEC PALLADIS ARBOS. ". Troverete ancora alquanto più a basso altra chiara sorgente fatta in forma quadra similmente di lavorati pietrami, detta la FONTE DE’ PASTORI, col motto appresso :TAM DULCI

ONERE SURGIT". Con ragione poteva quì dire l’Avvocato Giuliano : HIC PORTUM INVENI, SPES ET FORTUNA VALETE

CAPITOLO IX

  Le "IDI" di Marzo, del ‘44 avanti Cristo, non furono fatali solamente per Caio Giulio Cesare abbattuto con ventitré pugnalate nel Senato di Roma ai piedi della statua di Pompeo Magno. La profonda crisi politica, infatti, iniziata quel giorno, segnò irrevocabilmente la fine di tutte le istituzioni repubblicane, lo sbocco nell’anarchismo e guerra civile prima e, nell’impero, poi. Accadde, cioè, quello che un gruppo fanatico di congiurati guidati da Bruto, avevano cercato illusoriamente d’impedire con il loro orrendo delitto.

Le parole infuocate del Console Marc’Antonio, pronunciate davanti al cadavere di Cesare dopo la lettura del suo testamento col quale il grande dittatore nominava erede universale il suo pronipote Caio Ottavio, avevano scatenato la folla contro i congiurati costretti a una fuga precipitosa. Essi avevano dovuto lasciare libero il campo a un Senato manovrato abilmente prima dall’astuto Antonio e, poi, dal giovane erede di Cesare che, per cattivarsi l’appoggio dei veterani, aveva preso il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano. Il testamento di Cesare assegnava a Bruto il governo della Gallia Cisalpina; ad Antonio era toccata la Macedonia, ma, per potere meglio ostacolare le aspirazioni d’Ottaviano e controllare più da vicino le cose di Roma, egli aveva chiesto e ottenuto che gli fosse commutata la provincia e assegnata la Gallia. Cicerone, nella speranza di mandare a vuoto i disegni d’Antonio, pronunziò contro di lui eloquenti e terribili discorsi che furono tramandati col nome di “Filippiche”, per allusione a quelle che Demostene pronunciò contro Filippo di Macedonia che minacciava la libertà di AteneQuesti discorsi, che sarebbero stati più tardi pagati con la vita, avevano spinto il Senato a dichiarare la guerra ad Antonio, lanciandogli dietro le legioni dei nuovi Consoli Aulo Irzo e Vibo Pansa, con Ottaviano propretore L’inseguimento attraverso i gioghi dell’Appennino Lizzanese si concluse nei pressi di Modena dove Antonio stava assediando Bruto ivi rifugiatosi dopo la fuga da Roma. 

Affrontato dai due Consoli a “Forum Gallorum” (oggi Castelfranco), fu sconfitto e costretto a fuggire verso la Gallia Transalpina, nonostante la morte di Pansa e Irzo. Secondo Domenico Cini “molte furono le rovine e devastazioni che in quella guerra soffrirono anche le popolazioni dell’Appennino Lizzanese”. [108]   Egli afferma, inoltre, che Marc’Antonio, andando verso Modena ad assediare Bruto, varcasse la sommità degli Appennini Lizzanesi nel punto dove ancora oggi si trova una fonte detta “Marcia”.Qui si sarebbe fermato a bere, e, da allora, detta fonte abbia preso il nome proprio da lui. A Roma si fece gran festa per la vittoria di Modena, ma si cominciò anche a diffidare di Ottaviano che era rimasto solo alla testa delle legioni vittoriose. La sua astuzia e abilità gli fecero di nuovo ricercare un accordo, stipulato nei pressi di Bologna, con Antonio e Lepido che stavano rientrando dalla Gallia a marce forzate con ventitré Legioni.  Astuzia e abilità che valsero a fargli ritrovare la simpatia dell’esercito e del popolo e a potersi servire della ritrovata amicizia di Marc’Antonio e di Lepido per eliminare, in modo definitivo, il pericolo costituito, da una parte da Bruto e Cassio sconfitti poi a Filippi e, dall’altra parte, da Sesto Pompeo ucciso a Mileto da Marco Vispanio Agrippa, dopo la disfatta subita dalla sua flotta fra Milazzo e Messina. Non gli restò neppure difficile, a quel punto, neutralizzare l’innocuo Lepido con l’affidargli la carica di Pontefice Massimo e quindi risolvere l’intera partita con Antonio gettatosi nel frattempo fra le braccia di Cleopatra, regina d’Egitto, nella memorabile battaglia navale di Azio all’imboccatura del golfo di Ambracia. Era il 2 settembre del 31 avanti Cristo. I resti della città di Nicopoli fatta costruire da Ottaviano in onore della bionda “Nike” ( la Dea della Vittoria) sulle coste dell’Epiro, testimoniano ancora oggi il grande successo riportato sulla poderosa flotta d’Antonio e Cleopatra inseguiti fino ad Alessandria. La loro morte assicurò il trionfo d’Ottaviano accolto a Roma, ormai rassegnata, come un vero imperatore. Per la seconda volta, dopo Numa Pompilio, fu chiuso anche il Tempio di Giano e si cominciò un’opera di consolidamento dell’autorità e di riordinamento dello Stato. Roma, aristocratica poi democratica infine oligarchica, si mutava ora in Monarchia, dopo lotte, guerre, divisioni profonde. Mentre attendeva a rafforzare la propria autorità, Ottaviano, consacrato dal Senato col titolo d’Augusto, provvide anche a riordinare l’amministrazione e divise col Senato il governo delle province. Per questo, da allora, si ebbero province senatorie e province imperiali e cesaree. La Gallia Cisalpina che, come si vide, protendeva i suoi confini meridionali fin quasi al 44° parallelo, dopo la disfatta di Bruto e Antonio a Modena, aveva cessato d’essere provincia per diventare parte integrante dell’Italia Romana che, da allora, estese i suoi confini naturali dallo stretto di Messina alle Alpi e dal Varo all’Istria. L’Italia ebbe un ordinamento amministrativo speciale e fu divisa in undici Regioni. L’Etruria fu la Settima Regione e incluse per sempre nel suo territorio le vette Appenniniche e, quindi, anche Lizzano e la parte Meridionale dell’antica Selva Litana. Era l’anno otto. A.C. .Dopo secoli di guerre, tutto il mondo allora conosciuto riunito dalle conquiste romane riposava nella maestosa pace d’Augusto.E proprio quella fu l’ora scelta da Dio,per intervenire nella storia degli uomini. Un’antichissima tradizione racconta che a portare il Cristianesimo a Pistoia, e quindi in Montagna, sia stato S. Romolo, 109] inviato da S. Pietro come Vescovo a Fiesole e coadiuvato, nell’opera d’evangelizzazione, dai suoi quattro compagni, Carissimo, Dolcissimo, Crescenzio e MarchizianoTutti quanti avrebbero subito il martirio sotto l’Imperatore Domiziano. Anche il Cini [110] attribuisce a S. Romolo l’origine della Fede Cristiana sulla Montagna Pistoiese; ma, purtroppo, come unico argomento da lui prodotto è l’uso comune del nome “Romolo” che si riscontrerebbe in Montagna fino dai tempi antichi. Un’altra leggenda, invece, attribuisce a S. Paolino, primo vescovo di Lucca martirizzato sotto Nerone, la diffusione della Nuova Religione in tutto il Pistoiese.

 Ferdinando Ughelli, [111] comunque, (citato anche dal Cini) nella sua “Italia Sacra”, parlando di Pistoia afferma che fu una delle prime città della Toscana ad abbracciare la Fede.  Sembra certo che, sul finire del 400, il Vescovado di Pistoia fosse già costituito, se è vero che il Papa Gelasio I (492 - 96) si rammaricasse che un Vescovo di Pistoia avesse reso omaggio al Re Teodorico prima ancora di recarsi a venerare i “Limina Apostolorum”. [112]Si sa, inoltre, che nel 556 Pelagio I scomunica addirittura un Vescovo di Pistoia, (sconosciuto), perché nel “servizio divino” taceva il nome del Pontefice.[113]Non è per niente fantasioso credere, cioè, che, all’indomani dell’editto di Milano del 313 col quale l’Imperatore Costantino proclamava la tolleranza a favore dei Cristiani (che riacquistavano, perciò, i beni già confiscati, il diritto di cittadinanza e quello di erigere nuove chiese e professare la propria Fede) anche la Chiesa Pistoiese, uscendo allo scoperto, abbia potuto ostentare, con orgoglio, le ferite e il sangue versato, i martiri e gli eroi, le glorie e i meriti acquisiti in quasi tre secoli di lotte accanite.[114]Dovendo credere all’Ughelli sopra citato e, in definitiva, che Pistoia fu una delle prime città della Toscana ad abbracciare la Fede, resta ovvio pensare che la nuova storia, iniziata con Costantino, trovasse anche la Montagna Pistoiese nel fervore delle opere della Nuova Religione. Fu certamente il periodo in cui gli antichi templi pagani della “Silva Litana”, come quello alla dea Cerere ai piedi del monte Leto, oppure quello alla dea Feronia presso Spignana e tanti altri, diventarono le nuove Chiese Cristiane intorno alle quali cominciarono a formarsi le nuove Comunità.

NOTE:-   

 108] - D. Cini: “Osservazioni storiche sopra lo stato di mezzotempo della montagna pistoiese”- manoscritto, cap. I   [109] - Una “Passio Leggendaria” afferma che fosse discepolo di San Pietro e primo Vescovo di Fiesole. Fu martirizzato sotto l’imperatore Domiziano. Ha un culto molto antico.  

   [110] - Op. citata al cap.I.  [111] - Ferdinando Ughelli, erudito Cistercense (Firenze 1594 – Roma 1670): La sua opera (Italia Sacra) comprende la prima Storia delle Sedi Vescovili Italiane. Un lavoro imponente di ben nove voll.  

  [112] - Tutti i Vescovi residenziali sono tenuti a recarsi, in tempi periodici stabiliti, a venerare le tombe (Limina) degli Apostoli e a presentarsi al successore di Pietro. [113] -Enciclopedia Cattolica, ivi, pag.1576.  [  114] -

  Il Nuovo Ordinamento amministrativo dello Stato, voluto da Costantino, prevedeva la divisione dell’impero in quattro parti o prefetture: oriente, Illirico, Italia, Gallia. Ogni prefettura fu divisa in tredici Diocesi e queste in centodiciassette province

.
      Ogni provincia si suddivideva in tante Regioni quante erano le città; ogni Regione, poi, in villaggi raggruppati intorno ad un capoluogo. Ognuna delle quattro prefetture aveva a capo un Prefetto del pretorio. 
       
       Le diocesi erano rette da Magistrati o Proconsoli; le province da Governatori chiamati Consolari o Correttori.
 
       Roma e Bisanzio sul Bosforo, ebbero un’amministrazione a parte e divennero le due capitali del nuovo impero.
 
      Roma come sede di una nuova sovranità rappresentata dal papato per le cose spirituali; Bisanzio, chiamata Costantinopoli, come nuova sede dell’imperatore per le cose temporal. 
 
     Queste due sovranità erano indipendenti ciascuna nella sfera della loro giurisdizione; ma nelle questioni miste il potere civile si sottometteva all’autorità del pontefice, come il corpo all’anima. Col nuovo ordinamento voluto da Costantino la figura e l’autorità,
     
     non solo del Sommo Pontefice, ma anche del Vescovo d’ogni città o regione o provincia, cominciò a emergere e ad affermarsi al di sopra degli stessi Proconsoli dai quali dipendevano, civilmente, i territori affidati alla loro cura pastorale 

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CAPITOLO X 

      -Si racconta che Narsete, valoroso generale Bizantino che fra il 538 e il 556 si era particolarmente distinto in Italia nella guerra contro i Goti, gli Ostrogoti, i Franchi, gli Alamanni, prima come collaboratore e poi come successore di Belisario, fosse caduto poi in disgrazia e richiamato perciò a Costantinopoli dall’imperatore Giustino II. Offeso atrocemente dall’imperatrice Sofia che lo chiamava l’eunuco e che, in pubblico, dichiarava di averlo fatto rientrare dall’Italia per metterlo a filare la lana con le sue ancelle, si afferma che rispondesse, in modo piuttosto appropriato, con l’affermare che Sofia e Giustino non sarebbero mai riusciti a districare la tela che lui avrebbe saputo ordire per loro. Secondo quanto ci racconta, infatti, lo storico Paolo Diacono,[115] nella sua “Historia Longobardorum”, Narsete si vendicò per le offese e umiliazioni subite chiamando dalla Pannonia (l’odierna Ungheria) i popoli longobardi che vennero, non ultimi, ad aggiungersi a tutti gli altri popoli che, a partire dalla fine del IV secolo, si succedettero in Italia.[116]Fino alla fine degli anni 300, infatti, la nuova organizzazione data agli eserciti dagli imperatori Diocleziano e Costantino, aveva permesso di contenere i barbari fuori dei confini e, nonostante alcune infiltrazioni lungo le frontiere, non si erano avuti mai stanziamenti definitivi. L’arrivo però nell’Europa orientale dei ferocissimi Unni cacciati dall’Asia, aveva provocato una gigantesca emigrazione di popoli che procedettero, con moto inarrestabile, dal medio Reno e dal basso Danubio in direzione ovest e sud, riuscendo a occupare tutta l’Europa occidentale. Si è sempre affermato che le Alpi sono la barriera messa dalla natura a protezione dell’Italia. Non servirono molto per tenere lontano i barbari. Come non servirono né gli Appennini né l’Italia né la stessa Roma, nonostante i nomi presuntuosi di “Cancelli”, “Claustri”, “Catricchi”, “Catri”, assegnati ai passi obbligati che dalle vette scendevano verso la Toscana.  Ritroviamo tali nomi, ancora oggi, nell’Appennino Lizzanese, come il “passo del cancellino”, quello dei “cancelli”, di “catricchio”, di “catro”.[117]el 408 troviamo Radagasio, duce dei Goti, all’assedio di Firenze difesa anche da 500 valorosi pistoiesi comandati da Sigibaldo.[118].Roma stessa, assediata e occupata da Alarico, nel 410 sfugge, successivamente, al “flagello di Dio”[119] per l’intervento miracoloso di S. Leone Magno che ferma, sul Mincio, Attila e i suoi Unni. Nel 455 i Vandali saccheggiano nuovamente la Capitale. Gli Eruli poi con Odoacre occupano tutta l’Italia e depongono l’imperatore Romolo AugustoloOrmai completamente alla mercé dello straniero, su tutta la Penisola passano e ripassano i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti di Teodorico (cui s’inchina perfino il vescovo di Pistoia) poi, nel VI secolo, Totila loro re che, occupata Pistoia, assedia e distrugge Firenze.[120]Vincenzo Pacioni è del parere, come abbiamo già visto, che Spignana sia stata fondata proprio durante il dominio dei Goti intorno ad una torre di difesa, (l’attuale campanile)poco distante dal luogo dove, anticamente, sarebbe esistita la vecchia Spignana dei “Tirreni”. L’ultimo re degli Ostrogoti fu Teia che nel 553 rimase ucciso nella battaglia con Narsete tra i monti Lattari e il Vesuvio. È ricordato dal Cini per il suo valore e per avere contrastato a Narsete l’ingresso in Toscana, al passo della Sambuca.

 

[121]Finì con Teia la dominazione Ostrogota in Italia. Non fini la coesistenza e quindi la fusione del mondo germanico con quello romano ormai in atto mediante anche la cooperazione della Chiesa, per cui, dopo tante lotte, doveva nascere la Civiltà Medioevale.

 

NOTE 

  :- 105] - Paolo Diacono, monaco e storico: Fu di nobile famiglia Longobarda che si era stabilita a Cividale del Friuli sino dalla conquista.  La sua educazione avvenne alla Corte di Pavia e fece parte del Clero Palatino. Di lui si ricordano, soprattutto la “Historia

Romana (continuazione di quella di Eutropio condotta sino al tempo di Giustiniano) e la “Historia Longobardorum”, dalle origini leggendarie alla  morte del re Liutprando. Fu l’unico storico della sua gente.[116] - I Longobardi facevano parte del Gruppo dei Germani Orientali.

L’origine del nome non è sicura. Forse, però, il termine significa “dalla lunga alabarda”. Il nome più antico era “Vinili”. Nel I secolo erano stanziati lungo il corso inferiore dell’Elba; ma, travolti più tardi dagli Unni, migrarono  lentamente verso Sud-Est, giungendo, nei primi decenni del VI secolo,

nella Pannonia. Erano Nomadi, rozzi e bellicosi, in parte ariani, in parte pagani.  [117] - Clatra: parola latina con un preciso significato di “cancello" sbarra”.  La Dea Clatra era venerata dai pagani perché credevano che presiedesse ai Cancelli; ma essa non poté arrestare la fiumana di Popoli

che si riversò verso Roma, neppure con l’aiuto potente di Giove “Fulgurator” che aveva la sede sul Monte Fulgorino sopra Lancisa e che scagliava, dal Monte Lancino, i Fulmini e le saette che Vulcano “Mulciber” preparava per Lui, poco oltre, sul Monte “Mulceto”. Praticamente inutile anche

l’intervento di Giove “Corniger” dal Monte “Corno” o dal ”Cornaccio” che sovrastano e dominano i due versanti appenninici del Territorio Lizzanese [118] -Sigibaldo: Viene ricordato da Nicola Villani, letterato Pistoiese, nato nel 1590 e morto a Roma nel 1636. Il Villani Lasciò incompiuto un

poema eroico su “Fiorenza Difesa”, dove nel canto III scrive poeticamente: cinquecento uomini tolti alla brana – Giovani tutti immansueti e bimbi–di Pistoia condotti ha Sigibaldo”.  [119] Attila, capo degli Unni, dalla Pannonia (odierna Ungheria), nel 452 scese in Italia: dopo avere raso al suolo

Aquileia, devastò alcune città dell’Italia Settentrionale tra le quali Milano e Pavia, annunciando di voler raggiungere anche Roma. Il malcontento e      l’inquietudine delle sue truppe  nonché le parole del papa San Leone Magno, lo convinsero a tornare in Patria. Per la sua ferocia fu chiamato il

flagello di Dio. Il suo vanto: l’erba non sarebbe più germogliata dove era passato il suo cavallo.  [120] - Il Cini, appoggiandosi al Padre Niccolò Pedrocchi, scolopio, afferma che una quindicina di fiorentini, in quella circostanza, scappando con tutte le loro cose dalla città in fiamme, passassero

l’Appennino lizzanese e si fermassero poco più avanti, in luogo elevato ed ameno, dando  origine, così, a Fanano, chiamata col nome di un loro capo. Lo stesso Cini, però, sembra più propenso a credere che il nome di questo paese abbia avuto origine dal fatto che ivi esistesse un Tempio o

“Fano” di Giano. I due termini, infatti, “Fanum Iani”, da cui “Fanaianus” e quindi  Fanano”, sembrano dare più credito a questa ultima ipotesi. Egli è convinto che, in quella circostanza, anche sulla Montagna Pistoiese si siano avuti numerosi insediamenti da parte di famiglie fuggite sia da

Firenze sia da Pistoia. Non rammenta, però, alcuna località.

  CAPITOLO XI

    I Longobardi, col re Alboino, entrarono in Italia dal passo del Predil nel 568, e occupata “Forum Iulii”, l’odierna Cividale, si spinsero fin sotto le mura di Pavia che cadde, dopo lungo assedio, per diventare la loro capitale. Dalla valle padana, poi, seguendo la dorsale appenninica, scesero in Toscana e, quindi, nei territori di Spoleto e Benevento, consolidando ed estendendo, via via, il loro regno, sempre più a scapito dell’impero bizantino. La loro influenza in Toscana fu certamente di rilievo, anche se non si hanno memorie particolari relative alla Montagna Pistoiese. Il Cini è dell’opinione che l’unico termine valido per riferirsi a questo territorio, in quel periodo di storia, sia ancora quello di “Selva Litana”; ma esistono anche le opinioni contrastanti d’altri scrittori di cose antiche, come il Pacioni ed anche il Farinati. Mentre, infatti, l’ipotesi di un insediamento longobardo sembra avvalorata da alcuni toponimi esistenti, (per esempio “la Sala”)[122] poco al di sotto dell’abitato attuale di Lizzano oppure “La Cella”, il Cini non spiega per niente perché il termine “Massalizzanum”, apparso improvvisamente in uno dei più antichi documenti esistenti, debba riferirsi, esclusivamente, a Lizzano di Bologna chiamato oggi Lizzano Belvedere.[123]La sua opinione contrasta con quella di altri “Autori” i quali, invece, riferiscono il termine usato ( Massa, cioè, l’insieme di un intero territorio)proprio alla “Vasta selva Litana”e, perciò anche a Lizzano Pistoiese. Trattasi del cosiddetto “diploma di Astolfo”, conservato ancora oggi a Nonantola nella celebre abbazia, e porta la data dell’anno 753. In questo documento si conferma la “donazione” fatta tre anni prima dal Re al cognato Anselmo già Duca del Friuli, mediante l’intercessione della sorella Giseltrude, sua sposa. Anselmo, riconoscendo la vanità delle cose temporali, aveva rinunciato a tutti i suoi beni e aveva scelto di ritirarsi sull’Appennino di Fanano, accettando in donazione tutto il territorio adiacente alle Montagne Pistoiesi indicato, nel “diploma”, col termine di “Massalizanum”. [124]Il Cini concede che il termine “massa” sta ad indicare “un’adunata di possessioni e poderi oppure tanti luoghi e villaggi aggregati e uniti insieme”; ma non ammette che, nel termine usato da Astolfo, possa riconoscersi anche il territorio immediatamente confinante con i luoghi indicati in quel documento e già facente parte, come quelli, della “Vasta Silva Litana”. Tralascia, però, di ricordare che sia Ospitale e, forse anche Fanano, intorno all'anno 1000, facevano parte del territorio appartenente alla Diocesi di Pistoia e quindi di pertinenza, giuridicamente, della Pieve di S. Maria Assunta a Lizzano.  Diversa, invece, l'opinione di L. Serristori espressa nel suo libro “Le Rovine di Lizzano”[125], come è diversa l'opinione del Farinati che egli esprime, con meditata convinzione nell’opera già citata, restringendo questi autori, addirittura solo a Lizzano Pistoiese in modo esclusivo, il senso del termine usato dal Re Astolfo. Lo scritto del Farinati testimonia ampiamente il fatto che il senso inteso dal Cini, (come pure dagli altri autori riportati nelle note), non risulta così chiaramente dal testo antico, come egli vorrebbe far credere.  Se poco riflettiamo, il nome “Massalizanum” non sta certamente a indicare un paese o una sola comunità; ma piuttosto un insieme di territorio, di paesi, di comunità diverse, legate fra loro da un’omogeneità politica, geografica, storica e, come vedremo più avanti, perfino religiosa: cioè, l’omogeneità e continuità dell’antica e famosa “Selva Litana” che il Re cede al cognato. L’opinione, in ogni modo, del Farinati, (restrittiva del significato del termine esistente in quel documento, sia pure nel senso contrario a quello inteso dal Cini, e dagli altri autori) sembra del tutto arbitraria, anche se, guardando agli avvenimenti successivi, non possiamo fare a meno di prenderla in considerazione. Nell’anno 776, (appena, cioè, ventitré anni dopo la “donazione” del re Astolfo), Carlo Magno assegna all’abbazia di Nonantola “Lizzano e la sua corte[126] e non sembra che si tratti di una semplice conferma della donazione fatta precedentemente dal re longobardo. Doveva esistere, perciò, una distinzione fra il termine "Massalizzano" e quello di Lizzano, usato dal Re Carlo. Se il termine “Massalizzano” deve avere, perciò, un significato limitato ad una sola parte dell’antico territorio della “Selva Litana”, non è certamente nel senso indicato dal Cini, dal momento che la giurisdizione su Lizzano nel bolognese, (detto, appunto, Lizzano Belvedere o Lizzano Matto)[127] da parte dell’abate di Nonantola, (Anselmo era ancora vivo) fu acquisita non per il documento di Astolfo, ma solo successivamente per l’intervento del Re dei Franchi.D’altra parte, l’opera compiuta da Anselmo e dai suoi monaci ,nel territorio a loro concesso, può servire a chiarire ulteriormente il significato di quel termine. Cosa fecero essi? Prima di tutto fondarono un monastero, con albergo per i viandanti, ospedale e Chiesa, “apud e prope Fananum”. La località evidentemente è da identificarsi in “Ospitale” in Val di Lamola, poco al di sotto della dorsale appenninica lizzanese, ma sempre in territorio lizzanese.[128]Per alcuni secoli, infatti, Ospitale appartenne alla Diocesi di Pistoia ed incluso, perciò, entro i confini del Comune e della Pievania di Santa Maria Assunta a Lizzano Pistoiese.[129] l Cini conferma l’opinione d’alcuni scrittori di cose antiche e fa questa precisazione: “E’ probabilissimo che in tal sito di Valdilamola gettasse le fondamenta di questo monastero il Santo, poiché milita in favore di quest’opinione il chiamarsi anche ai tempi nostri, il predetto luogo “l’Ospedale di Fanano”.  Ancora: “Questo monastero riscontrasi fuori di Fanano tre miglia vicino alla sommità delle alpi ed al confine delle montagne pistoiesi, anzi envi la strada che da quella parte s’entra per le stesse montagne, per più vie, in Toscana, diramandosi al di sopra di esso, mentre si ha per infallibile e si tiene per tradizione che questa situazione e luogo sopra cui fosse edificato sia il medesimo ove oggi si vede lo Spedaletto sopra a Fanano tre miglia vicino alla sommità dell’alpe e confini pistoiesi”.[130]Aumentando il numero dei monaci, Anselmo si trasferì a Nonantola dove aveva costruito un’Abbazia, dedicandola ai SS. Apostoli e ai quali, nel 756, aveva aggiunto il nome di San Silvestro. Citando L. A. Muratori, il Cini asserisce ancora che il Santo curò, successivamente, l’edificazione, in altri luoghi, d’ospizi e spedali per i pellegrini, dotandoli di benefici e altri  beni. [131] Afferma che esistessero ospedali ed ospizi, (dipendenti da quello di Fanano) anche a S. Marcello, Gavinana e Popiglio. Arriva ad ammettere che il primo a essere fondato, o dallo stesso Anselmo oppure dai suoi monaci, sia stato proprio l’ospedale ed ospizio di Lizzano Pistoiese (in località oggi detta “la Cella) in aggiunta a quelli esistenti sia a Fanano sia a Spedaletto [132], con annessa una Chiesa o cappella, dedicata anch’essa a San Giacomo Apostolo. Neppure per il Cini, quindi, possono esistere dubbi. La prova di fede comune, (con l’intitolare tre ospizi e chiese al medesimo Santo) data, da parte di popolazioni appartenenti ad un unico territorio di comune giurisdizione sia civile sia religiosa, ad un’antica tradizione o leggenda del passaggio e della sosta in questi luoghi dell’Apostolo San Giacomo, non può che confermare che “gli accennati tre ospedali, com’egli scrive, fossero tra loro annessi, corrispondenti, una medesima cosa e che in antico sorgessero da una medesima causa, cioè da S. Anselmo”. A questo punto, però, resta facile argomentare che, se è vero che Sant’Anselmo e i suoi monaci costruirono tali edifici in luoghi assegnati loro dal re Astolfo e indicati col nome di “Massalizzano”, è facile estendere il significato di questo termine anche al versante meridionale dell’Appennino dove sorse, per la medesima volontà di Sant’Anselmo, uno dei tre Ospizi più ricordati. Evidentemente Massalizzano era il nuovo termine che traduceva, in sostanza, il significato di “Selva Litana”, vale a dire il nome dato dagli antichi Galli al medesimo territorio. La località nei pressi di Lizzano, chiamata oggi “La Cella”, è certamente quell’interessata dalla costruzione, ad opera del Santo, dell’Ospizio e della Cappella annessa,. È da mettersi in relazione, quindi, con altra località posta nei pressi di Fanano e chiamata anch’essa “La Cella” ed anche in consonanza col passo relativo che possiamo leggere nel documento del re Astolfo.[133]Venuti meno i monaci o per motivi ambientali e climatici oppure, come afferma il Cini, per scarsità di detti monaci, tutti i beni dei tre ospizi di Lizzano, Ospitale e Fanano furono ridotti in “Commenda[134] e i locatari obbligati a rispettare le finalità dell’Istituzione.[135]Sulla facciata dell’edificio adibito a privata abitazione, tutt’oggi esistente a “La Cella” di Lizzano, c’è una lapide sulla quale è possibile leggere, sia pure con notevole impegno, quest’iscrizione posta sotto il simbolo di una colomba:   "  "Messere Antonio di messere Alberto de Gallucci de Bologa fece restorare questo ispedale l’anno MCCCCXXXIII”. Tale pietra fu notata anche dal Cini e, probabilmente, letta male dal Repetti [136], perché non è vero, (com’egli asserisce) che detto “spedale” fu costruito, ma solo restaurato nell’anno 1433. Potrebbe essersi trattato anche di una semplice trasformazione per una diversa destinazione d’uso: ospizio per i pellegrini prima, Ospedale per tutta la “comunità”poi. Questo signor Gallucci di Bologna, non poteva essere altro che il “commendatario” che, in quel periodo, possedette i “beni” degli ospizi sia di Fanano sia di Lizzano.Rimane il fatto (riportato dallo stesso Cin)i, come prova ulteriore di quest’unione istituzionale, morale e amministrativa, che, una volta eretto e fondato il monastero di S. Chiara a Fanano da un certo capitano Ottonello Ottonelli, questi, per mezzo di S. Filippo Neri, abbia ottenuto dal papa Clemente VIII Aldobrandini, l’annessione a quel monastero, degli ospedali, chiese e benefici, non solo di Fanano, ma anche di Lizzano Pistoiese. Dal libro dei “Castelli e Confini”, citato dal Cini, apprendiamo che alla data dell’anno 1255, all’Ospizio di Lizzano, erano rimasti, ormai, solo due frati conversi e cioè: “Bonvitus conversus, hospitator crucis e Guido Dominici, hospitator crucis”.  Era prossima, evidentemente, l’istituzione, appunto, dei “Commendatari” e il ritiro conseguente e definitivo, delle varie persone religiose sparse nei singoli ospizi, nell’Abbazia di Nonantola.

    NOTE:- 

122] Luogo di riunioni, centro d’affari più o meno ampio. Nome rimasto ad una casa poderale nei pressi di Lizzano al bivio della strada per Pratale. 

 123].-Tesi, che sembra essere fatta propria, anche oggi, da alcuni scrittori di Lizzano Belvedere. Intanto c’è da riportare quello che essi scrivono relativamente all’origine del toponimo “Lizzano”, che farebbero derivare anch’esso, come tanti altri luoghi della Montagna Pistoiese, dal nome di una famiglia romana. (“Alicius” = (Licianus - Lizzano) Certo Luciano Regazzi, nel n° 14 del bollettino storico “La Musola” dell’anno 1973, così scrive: " si dà per accettata l’origine fondiaria latina del toponimo Lizzanoritengo necessario rifarsi al periodo di colonizzazione romana per ricercare l’origine  del tradizionale “Matto. Ecco cosa scrive in proposito l’Alberti: (Alfine essendo soggiogati detti Galli dalli Romani furono poi dedotte da quelli in questi luoghi molte colonie, si come Modena, Piacenza, Cremona, e anche Bologna come dimostra Tito Livio nel  trentesimo settimo libro quando scrive: eodem anno ante diem ... così in volgare dice: in quell’anno 189 a.C.) alli trenta di Dicembre, il magistrato di tre uomini, cioè, L. Valerio Flacco, Marco Attilio Serrano e L. Valerio Tappone, per comandamento del Senato, condussero nuovi abitatori a Bologna latina, cioè, tre mila uomini- et furono consegnati settanta giugeri di terra ad ogni cavaliere e a ciascuno degli altri cinquanta …” (L. Alberti, Historia di Bologna, libro I, deca 1.Se si considera che si hanno notizie di campi       militari romani a Castelluccio e alle Capanne e che secondo alcuni autori il Console Lucio Silla avrebbe assegnato molte di queste terre alle sue Legioni, è possibile supporre che ad un cavaliere di nome Alicius sia stato assegnato un fundusdi settanta iugeri, aumentato, ingrandito, superiore ad altri assegnati a due suoi omonimi (Lissano di Vergato e Lizzano Pistoiese). … È possibile che in queste zone si siano avuti insediamenti di Milites Limitanei, che Mactussia stato sostituito da Massa e che l’uso sia continuato anche in periodo Longobardo, quando si ebbero sicuramente insediamenti Arimannici, assumendo il significato di “riunione di poderi e case rurali in una specie di comune con propria amministrazione … il ricorso al documento Astolfiano e a quelli posteriori non è probante ai fini di questa ricerca. Nello spazio di tempo di un secolo e un quarto si hanno 4 dizioni diverse: nel discusso diploma di Astolfo del 753 troviamo Massalizzano e Massa” (La Musola 1967 n.1 pagg. 9 e 11), Nel placito di Carlo Magno dell’ottocentouno, troviamo “Vicum Licianum” (La Musola 1967 n. 1, Pag. 8) … Nel diploma di Carlomanno dell’ottocentosettantanove, si può leggere: “Viziano” o “Lizzano” (La Musola 1967 n. 1 pag. 14). Nel medesimo bollettino, “LA Musola”, n° 2 del 1967, pag. 27 e pag. 28 a firma B. H. Jon, leggiamo quanto appresso: “Si sa che anticamente Lizzano era detto Lizzano Matto. Che origine ha ? Che significa questa curiosa denominazione ? - Oggi si usa molto la parola matto nel senso di non vero”. Il significato deriva dall’aggettivo matto, che vale come sbiadito, opaco, caratteristico dell’oro, non genuino. Starebbe quindi a distinguere il nostro Lizzano, da un altro Lizzano più vero”: Lizzano Tosco. Però, a parte ogni discussione per stabilire quale dei due meriti di essere considerato vero, va rilevato che la denominazione non è sorta in Toscana. In ogni modo questa spiegazione è inaccettabile, perché, quando si usava dire Lizzano Matto, ancora non circolava la recente accezione di matto per dire falso: (Dante nella Divina Commedia usa quattro volte questa parola; mai, però, col significato di falso). È invece antichissimo l’uso di matto nel senso di pazzo. Ma è possibile che sia stato qualificato pazzo un paese? Pazzi, piuttosto, potrebbero essere i suoi abitanti. E a me Lizzanese, una tal nomea non farebbe poi dispiacere. Perché matto non vuol dire demente, ma bizzarro”, “capo ameno”, “lunatico”. Infatti deriva dal latino madidus, che vuol dire bagnato, imbevuto, fradicio. Sottintendendo di vino, si ha il significato di ebbro, brillo, allegro. È molto probabile che i nostri avi potessero meritare una tal fama; e l’avrebbero forse anche gradita.(Per il Lombroso, mattoide è il genio senza genio. Ma evidentemente, nemmeno questa è la spiegazione giusta. G. Carpani, nel volumetto Vidiciatico e l’alto Appennino, accenna al latino mactus, che vorrebbe dire superiore. Similmente a quanto aveva scritto D. Achille Filippi ne Il mio Paese”, traducendo mactus con aumentato,ingrandito. Ma: superiore a che ? Aumentato in che senso ? Anche questa spiegazione non appare linguisticamente convincente e, comunque, non trova alcun confronto nella storia e nei fatti. Io penso piuttosto che l’origine sia un’altra: penso che sia da far risalire alla Massa Lizzano. L’intero diploma di Astolfo del 753 cita molti luoghi (Nonantola, Carpi, Sermide, Bondeno, Ferrara, Comacchio, Wilzacara che sarebbe S. Cesario sul Panaro, Cittanuova, Sestola, Fanano, ecc.); usa spesso i termini: castro, castello e, specialmente curte; vicus, viculus e villa; oltre a gajum (bosco), silva, locus, ecc.. Ma usa una sola volta il termine Massa, per indicare, appunto, Lizzano. Lizzano dunque si caratterizzava e si distingueva dagli altri luoghi per la sua Massa. E che cosa fosse allora una massa, non è ben chiaro all’indagine storica..Solo molti secoli dopo il termine risulta diffuso come equivalente di comunità, cioè, di comune. Ma è incerta l’origine delle prime masse di cui si ha notizia, nell’alto Medioevo, come è, appunto, la nostra. Si è pensato alla parola latina massa che significa un complesso di più cose. Ma senza convinzione, perché le più antiche masse medioevali, piuttosto che agglomerati materiali, erano unioni spirituali di più persone. A me sembra che il miglior chiarimento ci venga dai più recenti studi linguistici. Si sa infatti che massa è parola di origine greca che significa pasta fermentata per fare il pane. Il termine è usato da S. Paolo in una nota similitudine (Rom.IX,21). Si sa anche che, alludendo spiritualmente a questo passo, i primi cristiani usavano chiamare le loro comunità massa poenitentium. (Migliorini: Storia della lingua it). Non è perciò arbitrario pensare che a Lizzano si sia costituita una comunità di cristiani, sfuggiti alle persecuzioni o alle devastazioni dei barbari; comunità che fin dall’origine era stata definita massa (poenitentium).Cioè la Massa Lizzano. Per le ragioni che abbiamo già detto, Lizzano rimase caratterizzato da questa massa di cristiani, e fu noto come il paese della massa: Lizzano della massa; cioè, Lizzano masso; ovvero Lizzano matto … Dunque Lizzano matto, vuol dire Lizzano della Massa, con riferimento alla sua antichissima storia. Questa denominazione è stata abbandonata da tre o quattro secoli …. (Si potrebbe chiedere: Lizzano Pistoiese che ebbe, sicuramente, una comunità di cristiani o massa di cristiani, con Pieve costituita, già a partire dal sec. VIII, in periodo longobardo, può o no, in modo legittimo, rivendicare parimenti l’attribuzione di “Massalizzano” di cui al decreto del Re Astolfo ?). Vogliamo riproporre anche quello che scrive Giovanni Carpani (La Musola n° 14 dell’anno1973): “Il capoluogo del nostro comune fra le altre denominazioni ha avuto anche quella di Lizzan Matto. Così è indicato in alcuni documenti e in una stampa di Giovanni Antonio Magini … Va tenuto presente che questo toponimo è assai antico, anteriore allo stesso Belvedere. In un documento del 1234, che è un atto con cui venticinque nobili del Frigrano cedono i loro domini al Comune di Bologna, si trova scritto: plebatus de Lizano Matto”. Probabilmente quei nobili hanno chiamato così il nostro centro, non per distinguerlo dal Lizzano di Toscana, come si credeva, ma per accompagnarlo col termine Massa, come avveniva dal tempo del Re Astolfo … La denominazione Lizzano Mattoebbe breve durata.  Prima di essere sostituito da Belvedereè presente soltanto nel documento del 1234. In seguito appare in qualche rara carta e nella stampa del Magini del 1599.       Nel 1227 sul monte denominato ora Belvedere sorse un castello chiamato Cimbriano dal nome del luogo. (Il cembro è il nome di un pino di cui era ricoperta tutta la zona). Tale denominazione verrà sostituita da “ Castello di Belvederedopo pochi anni. Il castello, sorto come si è detto nel 1227 per esigenze belliche, rispondeva bene allo scopo, ma correva il pericolo di rimanere sguarnito per via dello spopolamento della zona e per la sua lontananza dai borghi. Sorse allora l’esigenza di imporre agli abitanti di risiedere all’interno e a ridosso del maniero, il quale doveva assolvere anche alle funzioni amministrative. Con questi nuovi compiti, il castello veniva a sostituirsi in tutto, anche nel nome, al vecchio centro di Glissano.  

Trascorreranno alcuni secoli, poi la sede amministrativa, dopo aver sostato a Sasso, a ca’ da’ Lucca e a Palazzo, (Hessel, Geschichte der Stadt Bologna. In una cartina è indicata Lucca come sede podestarile e di Vicariato) rientrerà nella sua sede primitiva di Lizzano, conservando la denominazione di Belvedere fino al sopraggiungere della denominazione attuale, avvenuta nel secolo scorso. 

24]  Anche il Cini, nel suo Manoscritto già citato, dopo avere precisato che “Massalizano” torna al di là dell’Appennino nel territorio e Diocesi di Bologna che in oggi si chiama Lizzano Matto invece di massa”; scrive ancora: “Questo luogo è totalmente differente da Lizzano sopra mentovato posto al di qua dell’Appennino nella Montagna Pistoiese, mentre di esso né di alcun luogo della medesima montagna in detto diploma si fa alcuna commemorazione. 
 
  [    125] - L. Serristori: “Le rovine di Lizzano”, pag. 10 – 11: “Fu concessa in quell’anno da Astolfo Re dei Longobardi all’Abate di Nonantola, suo fratello (era invece suo cognato) una vasta estensione di paese, nella quale si trovava compreso Lizzano, denominato in quel Privilegio Massalizzano; denominazione che ad esso esclusivamente conviensi per le validissime ragioni addotte dal Muratori …
 
” [
126] - Vedi Repetti: “Dizionario Corografico 1855”, alla voce Lizzano.[127] -Sembra arbitrario presumere che il termine “matto” (checché se ne dica) possa derivare dal termine “massa”.
 
[128] - Il padre Niccolò Pedrocchi delle scuole pie, già Rettore del Convento di Fanno, citato dal Cini, nelle sue Memorie Storiche, così scrive: “In qual sito edificasse il monastero non è rimasta a noi positiva memoria; pare, però, probabilissimo, perché viene riferito da un antico scrittore delle cose di Fanno, su quella pendice dell’Appenninico per dove vi è il passaggio nella Toscana, luogo detto Valdilamola” ove di presente è situata la chiesa di S. Giacomo.La quale opinione si accosta più a quella del Sigonio e dell’Ughelli e di Agostino Oldonio che designando tal monasterio dicono che lo edificò prope Fananum. Anzi, soggiungono alcuni essere tradizione passata di padri in figlioli che egli scegliesse tal posto per rinnovare la memoria del detto sant’Apostolo Giacomo, quale si teneva per certo che avesse costassù dimorato prima di passare nelle Spagne, stimando quel terreno che era stato calcato e santificato dal contatto di quel grande eroe. E perché la carità di S. Anselmo che era grande e tutta fervore verso Dio voleva segnalarsi ancora con i prossimi, eresse nello stesso luogo uno spedale e ospizio per refrigerio dei pellegrini che ivi concorrevano in buon numero per venerare le memorie allora ancora fresche del medesimo Apostolo S. Giacomo. [129] -Scrive il Cini:“Io trovo in un breve di Innocenzo III, Sommo Pontefice del 1134, ed in altri posteriori, tra le cappelle, corti e Pievi della Diocesi di Pistoia nominata in essi la cappella dello spedale di FananoSe tale Cappella e Ospizio apparteneva, quindi, alla Diocesi di Pistoia, la Parrocchia corrispondente non poteva essere che quella di S. Maria Assunta a Lizzano Pistoiese., dando, così, maggior consistenza alla tesi dell’estensione del significato del termine usato dal re Astolfo di “Massalizzano”, anche al territorio di Lizzano Pistoiese.[130] - IPadre Pedrocchi, precisa ancora che “… i monaci, dopo qualche tempo, a causa del freddo intenso, furono costretti a ritirarsi a Fanano abbandonando le alte boscaglie di abeti che estendevansi fino a Montese ed erano tanto densi che li passeggieri erano guidati dal suono delle campane o da fanali di fuoco”.  131] - Muratori: “Xenodochia per plura constituere curavit.[132] -Scrive, infatti, “Sotto il titolo del medesimo S. Giacomo era ed ancora rimane in piedi la Chiesa posta in Valdilamola, ossia lo Spedaletto ove si disse risiedervi appresso l’indicato Monastero. Dentro a Fanano similmente vi restano un altro spedale con Chiesa pure dedicata a San Giacomo alla di cui custodia era deputato un rettore dell’Abate di Nonantola. [133] -… Nec non, concedimus ut in quibuscumque comitatis locis Cellas acquisiveritis aut villas, ubi silvae comunes sunt, vestram semper portionem haberetis  [134] - (da commendare, affidare). Istituzione molto antica che può rimontare alla fine del IV sec., quando una Chiesa oppure altro beneficio veniva affidato non a chi ne doveva prendere possesso, ma a chi doveva soltanto provvedervi per qualche tempo. Nell' età Carolingia e, più ancora, in quella successiva, gli imperatori usarono dare commende ai loro protetti, anche solo laici, non in virtù dell’ufficio, demandato a persona inferiore, ma del beneficio.
 
 [135 -Nel contratto che fu stipulato nel Palazzo Apostolico a Roma, nell’anno 1505, secondo anno del Pontificato di Giulio II, si leggono le condizioni che il Conte Commendatario, Giovan Matteo Sertori stabilì ai figli di Possente Brunozzi: “Quod ipsi conductores teneantur et debeant continere in Hospitale Lizzani Pistoriensis Dioceseis duos lectos pro hospitio pauperum Christi et recipere teneantur ipsos pauperes tantummodo pro hospitio nec non teneantur tenere reparatas domus ipsius hospitalis omnibus eorum expensis. Dal Conte Sertorio Sertori, il 22 Gennaio 1563, con atto notarile di Ser Lelio de Berti, si stabilirono le stesse condizioni ad altri Brunozzi e così pure in un altro rinnovo di contratto, il 6 Giugno 1621, essendo Notaio Ser Cammillo Moretti di LizzanoPistoiese. 
 
 
 
 
                                                                                                                                                                     
                                                                                                                                                                                                                                                                                               

XII CAPITOLO 4

 La Storia porta alla ribalta, come già si è accennato, una comunità o castello col nome di “Lizzano” proprio sul finire del regno dei Longobardi intorno all’anno 776.  La politica di conquista dell’Italia bizantina, contro gli interessi del papato ripresa dal re Astolfo, aveva provocato la decisiva alleanza fra il papa e il regno dei Franchi e quindi l’intervento, in Italia, di Pipino il Breve. Questi, con due vittoriose spedizioni, era riuscito a strappare ad Astolfo i territori tolti ai Bizantini e a cederli al papa, creando così, sotto il pontificato di STEFANO II, il nucleo degli Stati della Chiesa destinati a durare undici secoli.  Gli estremi tentativi di Desiderio (successo ad Astolfo nel 756 e associato nel regno al figlio Adelchi) di rompere l’alleanza franco-papale, naufragarono e portarono, invece, al consolidamento di quest’alleanza e al risolutivo intervento del re Carlo, sollecitato da Adriano I Il re dei Franchi, poi, divenuto Carlo Magno, presentatosi in veste di protettore della Chiesa, sconfisse, alle Chiuse di Susa, l’esercito longobardo, fece prigioniero Desiderio e costrinse alla fuga Adelchi, dopo aver conquistato Pavia, la capitale del regno. Carlo assunse anche il titolo di Re dei Longobardi, ma, in effetti, tale regno cessò di esistere soltanto dopo che egli ebbe vinto le ultime resistenze d’Adelchi e degli altri duchi che furono sostituiti con i suoi “Comites”.[137] (Franchi). Nel nuovo riassetto del regno (che prese poi il nome di Regnum Italiae ceduto, con la “corona ferrea”, al figlio Pipino, detto “Il Breve” come parte integrante del Sacro Romano Impero), nell’anno 776, il re Carlo assegna alla Badia di Nonantola “Lizzano e la sua corte”, intendendosi per “corte”, com’è facile comprendere, tutto il territorio ad esso circostante e dipendente giuridicamente [138]Il fatto va riferito, sicuramente, al castello di Lizzano nel Frignano; (oggi Lizzano Belvedere) ma se è vero, com’è vero, che la “Selva Litana” dètte origine al nome e all’importanza del territorio che, come si è detto, si estendeva nei due versanti appenninici, l’esistenza, già nel 776, di un paese come Lizzano nel Frignano, ai limiti della Selva famosa, induce a pensare che già allora esistesse una comunità, col nome di Lizzano, anche nel versante pistoiese dell’Appennino, nella parte estrema della medesima Selva. [139]Erano passati solo ventitré anni dal “diploma” d’Astolfo. Cosa distingueva, nel significato, l’uso differente di due nomi “Massalizzano” e “Lizzano”, così come si ritrovano nel documento?Si trattava di una sola realtà, oppure il nome usato dal Re stava ad indicare l’insieme (massa) di due comunità distinte, col nome di “Lizzano”, unite dall’omogeneità dell’intero territorio ed indicate con termine unico appropriato?  In ogni modo la PIEVE DI S. MARIA ASSUNTA A LIZZANO PISTOIESE e tutto il vasto territorio che circondava la comunità che si era costituita intorno a detta Pieve, trovano già un preciso e indiscutibile riferimento storico nell’anno 997.  Con un “Diploma” del 25 febbraio 997, l’Imperatore OTTONE III cedette al Vescovo di Pistoia, come feudo, la “Pieve di Lizzano e la sua corte”.  Resta evidente, perciò, che la Parrocchia era già costituita molto tempo prima dell’anno 1000. Questo “Diploma”, approvato dai pontefici URBANO IV nel 1090 e PASQUALE II nel 1105, fu convalidato successivamente anche dall'imperatore Federico con propria ordinanza del 4 luglio 1155.Secondo il Repetti[140] altri imperatori e pontefici permisero ai vescovi di Pistoia nei secoli intorno al 1000, oltre i diritti ecclesiastici, di esercitare su Lizzano e tutto il suo territorio anche alcuni diritti baronali. [141]Troviamo, infatti, che, nel secolo XIV, il corso delle acque che servivano al mulino di Lizzano era sotto la loro diretta sovranità. Con lodo emanato dal Vescovo, il 15 aprile del 1343, viene chiusa una controversia nata per l’uso del mulino di Lizzano, fra Lottino di Lotto ed altri lizzanesi e cutiglianesi da una parte ed il “Comune e vicinanza di Pratale e villa di Lizzano” dall’altra [142]. mensa vescovile aveva affittato lo stesso mulino al suddetto Lotto [143]per il canone annuo di 26 mine di farina di castagne [144]. Nonostante, però, questo vassallaggio nei confronti del Vescovo di Pistoia, Lizzano, per la sua posizione strategica, divenne il castello principale dell’alto Appennino con proprie fortificazioni, come a CASTEL DI MURA, CASTELLUCCIO, SERRINO, oppure come quelle costruite nel vicino borgo di Cutigliano, assolutamente dipendente, civilmente e religiosamente, dal Governatore e dal Pievano di Lizzano che agivano, spesse volte, in completa autonomia ed in contrasto con la città di Pistoia. 145]Tutti gli scrittori di cose antiche, riferendosi a Lizzano ne parlano come del “più ragguardevole della montagna, non solo negli antichi tempi, ma anche successivamente si mantenne”[146].La sua importanza e preminenza fu dovuta, senza dubbio, alla posizione centrale rispetto alle altre Comunità e al fatto strategico del suo territorio, oltre che commerciale, immediatamente a ridosso dei maggiori passi appenninici che portavano nella pianura padana. C’è da dire, però, che si trattava certamente di un predominio e di una grandezza che si era formata gradualmente e, direi, soprattutto, attraverso i secoli, con la storia e la civiltà di popoli antichi che s’incontrarono e scontrarono su questo territorio. Nell’anno 1255, secondo quanto si apprende dal libro dei CASTELLI, COMUNI E CONFINI in un documento citato dal Farinati,[147] il Comune di Lizzano che comprendeva la comunità di Spignana, Lancisa, Pratale, Cutigliano e tutto il territorio dell’alto Appennino, si estendeva fino al Frignano e dovette includere in questi confini, (come si è detto nel capitolo precedente), anche la Chiesa di Ospitale. Per Lizzano e Vizzaneta passava allora la strada maestra che dalla pianura pistoiese portava fino a Modena. 148]. In una carta pubblicata dal Muratori nelle sue “Antichità’ Italiane” e firmata dagli incaricati dei comuni di Pistoia e di Modena, a Ospitale il 24 novembre 1255, fu stabilito di mantenere sicuro e libero il passaggio della strada nei rispettivi territori149]Per quanto riguardava Pistoia, l’impegno valeva da Lizzano fino a Fanano [150] e, con quell’accordo, le parti si obbligavano a mantenere la via libera e sempre in condizioni di transitabilità, senza esigere dazio o pedaggi di alcun genere. [151].Che si trattasse di un riadattamento e non della costruzione di una nuova strada si deduce chiaramente da altri documenti dell’anno 1200, ma che riferiscono di alcuni trattati, fatti dal comune di Modena con gli abitanti del Frignano, già nel 1178.[152] È facile comprendere l’importanza che quest’accordo era destinato ad assumere anche nei secoli successivi, se si pensa che, fino alla fine del 1700, quella fu la strada principale che unì Pistoia e Modena, anche se non fu certamente la sola. [153]Soltanto nel 1780, con la realizzazione della nuova strada per l’Abetone voluta dal Granduca Leopoldo, la via lizzanese cessò di essere arteria principale di comunicazione fino a essere gradualmente abbandonata. [154]. Un tracciato così secolare che aveva servito innumerevoli eserciti durante un arco di oltre 20 secoli di storia, non poteva rispondere, certamente, alle esigenze del traffico di un’Era già prossima a diventare moderna.  Secondo il Fioravanti, nell’anno 1283, la Pieve di S. MARIA ASSUNTA A LIZZANO era “Collegiata” ed aveva i suoi canonici. In quell’anno era canonico un certo prete Togno. Dipendevano direttamente dalla parrocchia “L’ORATORIO Della Beata Vergine Maria all’Ancisa”, di “S. Giovanni a Cella”, di “S. Paolo a Vizzaneta”, della “Beata Vergine Maria al Rio di Prata”, di “Sant’Andrea a Pratale” e “La Chiesa di S. Francesco” alla quale è annessa la Chiesa di S. Domenico, con un Monastero di Monache, e la “Chiesa dello Spedale di S. Giacomo”.[155]Secondo quanto riferito dal Farinati [156], nell’anno 1313 solamente il Comune di Lizzano, fra gli altri Comuni di Montagna, concorreva a “solennizzare” la festa di Sant’IACOPO a PISTOIA, inviando “il palio”, con centocinquanta uomini, accompagnati da trombe, tamburi, “ed altri diversi strumenti, dietro la processione”. Secondo questo autore,[157] la prima Chiesa a essere costruita a Lizzano, in tempi molto antichi,  fu quella di S.VITO. Successivamente, “dilatandosi la cattolica religione fu edificato, in luogo più capace e spazioso, il tempio di S. MARIA DI LIZZANO, la cui antichità e propria grandezza si riconoscono dalla sua prima forma, fatta a tre navate colla torre contigua del campanile, similmente di pietre quadre alzata”. [158]. Il Farinati continua informandoci che sul campanile “ritrovasi anche di presente una campana fatta nell’anno 1001 con giglio, scacchi, e nicchio nell’arme, attorno la quale sono le parole: “Sigillum communis Lizzani” Nel giro di detta campana, scolpito, si legge: “Mentem sanctam spontaneam: honorem deo et patriae liberationem a malo, amen 1001. Iacobus ser Matthaeus de Seravetia me fecit”.  Questa descrizione della Chiesa e della torre campanaria rende chiara l’immagine di una costruzione spaziosa e molto solida, a modo di fortezza. Alla luce di avvenimenti narrati più avanti comprenderemo, facilmente, che detti edifici furono, per Lizzano, la vera “Acropoli”, la roccaforte, per cui valse la pena combattere e morire.  Non è facile precisarne l’origine anche perché è già difficile collocare nel tempo, genericamente, la nascita perfino del nome “Pieve”. Tale origine è certamente nella parola “plebs”, usata fin dai primi secoli per indicare una comunità di cristiani. Quindi, senza dubbio alcuno, un significato generico; ma, a partire soprattutto dal periodo franco-carolingio, fu usata anche per indicare non solo una Comunità, ma anche un istituto che si riassumeva nell’Ente Chiesa o luogo di culto dove la massa dei fedeli si raccoglieva, non solo per pregare, ma anche per discutere della cosa pubblica. La Pieve, quindi, nell’alto Medioevo fu la Chiesa battesimale matrice di tutte le altre chiese minori di un intero territorio, intorno alla quale, amministrativamente come nel caso di Lizzano si era formato “il Comune”. Aveva un capitolo canonicale con a capo un Arciprete o Pievano dal quale dipendevano tutte le altre chiese o oratori. Il vincolo unitario esistente fra la Pieve Madre e le altre Chiese figlie, cominciò ad allentarsi o a cessare del tutto quando si verificò la tendenza, per molteplici motivi, a rendere parrocchie (siamo già nel basso medioevo) le chiese di un medesimo territorio e intorno alle quali erano cominciati a sorgere altrettanti comuni rurali.[159]. Alla Pieve restarono solo titoli di onore che poi, vennero via via scomparendo.La Pieve di Lizzano nacque, probabilmente, proprio nel periodo immediatamente successivo a quello longobardo e fu proprio intorno ad essa che si andò formando e consolidando, nei secoli intorno al mille, la vita non solo religiosa, ma anche civile. Lizzano, perciò, poté avere subito un Governatore, autonomo rispetto a quello di Pistoia, con privilegi, immunità ed esenzioni similari. [160]Nel 997, dopo il decreto dell’Imperatore OTTONE III, entrò a far parte del feudo dei vescovi di Pistoia. La sua importanza, però, nell’alta Montagna, era già notevolissima e tale da consentire ugualmente a questa terra una discreta autonomia. Essa fu anche madre di uomini illustri e dotti. Il Farinati afferma che molti personaggi delle famiglie Moretti e Piccinetti godettero di onori non solo a Pistoia, ma anche a Roma, e che la famiglia Vannini ebbe molti prelati fra i quali Tommaso Vannini, Vescovo di Avellino. [161]. 

 NOTE:-

[136] - Nell’opera già citata così scrive: “Alla data del 1433, sulla strada di Lizzano fu eretta una mansione o spedale per i pellegrini ed i poveri viandanti. Soppresso nella seconda metà del secolo XVIII, quando i suoi beni furono assegnati a quelle monache, traslocate poi nel 1814 nel monastero di S. Pier Maggiore di Pistoia, dopo la rovina di Lizzano. [137]-Comes, comitis = conte. Il Muratori (citato anche dal Cini) nel suo libro- ”Antichità Estensi e Italiane” (pag.. 411).-scrive: ”Deve sapersi ....che molti secoli prima, ogni Città del Regno dei Longobardi, ebbe il suo Conte, cioè, il Governatore perpetuo messovi dai Re e sottoposto al Marchese, cioè, al direttore della Marca in cui erano quelle città. Tutto il territorio della stessa città stava sotto la giurisdizione del Conte e però, fu appellato “comitatus”, volgarmente “contado”. Il Duca, al quale sottostavano più provincie e più Marche (quindi più Conti e più Marchesi), dipendeva direttamente dal Re.. Una situazione che fu lasciata invariata anche da Carlo Magno e successori. Nella medesima persona, però, potevano anche riunirsi tutti e tre i titoli. Ci fu una famiglia importantissima che esercitò il Governo della Toscana, con vari titoli o di Duca o di Marchese oppure di Conte. Fu quella degli “ATTALBERTI” (D. Cini- op. Citata- pag. 119) che discendeva dall’antichissima famiglia romana degli “AZZI”.(Non resta difficile pensare che   Il cognome "Lazzi " possa essere il risultato della fusione dell’articolo “gli” = “li” con il nome “ AZZI”.“Gli o LI AZZI”, e al singolare, L’AZZI, poi LAZZI. Un’ipotesi questa che assicurerebbe a questa famiglia di Lizzano Pistoiese una discendenza antichissima e molto nobile. [138]-